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<title>Blog Democratici Via Crema</title><link>http://www.pdviacrema.net/dblog/</link>
<description>Blog Democratici Via Crema</description><language>it</language>
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	<title><![CDATA[Riflessioni a caldo sui fatti di Rosarno]]></title>
	<description><![CDATA[Quanti sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane?<br />Nel nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli immigrati che lavoravano nel settore agricolo si contavano in 102 mila unit&agrave;. Erano 23 mila dieci anni prima e oggi raggiungono le 172 mila unit&agrave;. <br />In Calabria erano meno di un migliaio 20 anni fa e sono arrivati a 9 mila. In Puglia da 6 mila sono passati nel ventennio a circa 26 mila. Gli incrementi pi&ugrave; consistenti si sono verificati nelle regioni del Centro e del Nord, dove si sono decuplicati. Oggi in Lombardia sono 17 mila, in Veneto 19 mila, nel Trentino 15 mila, in Emilia Romagna 18 mila, in Toscana 10 mila, nel Lazio 6 mila.<br />Ma questi sono i risultati di un’indagine dell’INEA (2009) che ha potuto elaborare solo dati ufficiali. Non sono considerati i tanti immigrati irregolari che spesso vengono sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da incubo, alla merc&egrave; di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro ma la vita dei nuovi schiavi. Questi, infatti, negli ultimi anni spesso sono scomparsi nel nulla o sono morti in circostanze misteriose. I giornali ne hanno parlato nella cronaca nera ma il giorno dopo si &egrave; voltato pagina.<br /><br />Nel Rapporto di Medici Senza Frontiere (2007) si dice senza mezzi termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalit&agrave; e ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione irregolare. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche dal pugno di ferro tese a combattere la clandestinit&agrave; a difesa della legalit&agrave;. Dall’altra le stesse istituzioni nazionali e locali si tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento di stranieri nelle produzioni agricole del Meridione perch&eacute; necessari al sostentamento delle economie locali. L’utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono”. E’ una denuncia che proviene da chi frequenta quei luoghi e cerca in solitudine di bagnare le labbra assetate di quei poveri cristi.<br /><br />Nelle pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non pi&ugrave; soltanto africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla pi&ugrave; grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni.<br />I nuovi braccianti non sono pi&ugrave; le donne e gli uomini dei paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego pi&ugrave; stabile in altri settori e in altre regioni europee. <br />E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di lavoro”, dove i diritti minimi e ogni forma di ragionevolezza sono soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare, manipolare, violentare, sopprimere.<br />Riempiendosi di questi “campi” fuori dalla legge, le campagne meridionali non sono regredite nell’Italia contadina di una volta, come potrebbe apparire ad un osservatore frettoloso, ma sono state catapultate nella postmodernit&agrave; pi&ugrave; cruenta, verso un grado di sfruttamento di quella “nuda vita” quasi totalitario, che gli stessi caporali vissuti ai tempi di Di Vittorio avrebbero faticato a ideare.<br /><br />Gli atti di efferata aggressivit&agrave;, compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la schiavit&ugrave; diventa intollerabile. E come ci ha spiegato Antonio Cisterna, sostituto procuratore Antimafia, “quando la gente si &egrave; sentita aggredita, si &egrave; rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire per non perdere la faccia”. Sicch&eacute;, alcune squadracce di giovani caporali sono stati inviati per incutere terrore.<br /><br />Ma la jacquerie potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perch&eacute; vicende come quella calabrese sono, in realt&agrave;, sedimenti di storia. Si tratta di una violenza irrisolta che ritorna ad esplodere in forme marcatamente diverse dal passato ma che trova linfa in comuni radici. E’ un’onda lunga che riaffiora. E siccome noi tutti – come ammonisce Alessandro Leogrande nel suo libro-inchiesta “Uomini e caporali” (2008) - chi per un verso e chi per un altro, veniamo da quella storia, conviene che insieme dipaniamo questi fili invisibili che portano alle matasse aggrovigliate del passato.<br /><br />Nei primi anni Venti e alla fine degli anni Quaranta, gli agricoltori aggredivano di persona o facevano massacrare braccianti e contadini senza terra spinti dal timore di perdere i propri possedimenti. Tornando dal fronte affamati di un pezzo di terra dove ricominciare una vita degna di essere vissuta, i cafoni costituivano agli occhi di tanti proprietari terrieri, o di massari e fittavoli che si ingegnavano a diventarlo, una minaccia ineluttabile per la sicurezza dei loro beni. E le frequenti occupazioni di terre di propriet&agrave; privata, spesso condotte in forme spontanee e anarcoidi fuori dal controllo dei partiti di sinistra e dei sindacati, venivano percepite come prepotenze ingiustificate e finivano per alimentare odio e rancore. <br />Si sono cos&igrave; ulteriormente forgiate relazioni sociali che si manifestano solo con la violenza e l’aggressivit&agrave; specie nei periodi in cui le insicurezze si allargano a macchia d’olio.<br /><br />Forse non &egrave; la miseria il principale retaggio del passato, ma la disumanit&agrave; delle relazioni e la bestialit&agrave; della sopraffazione. E’ la violenza quando non riesce ad essere contenuta da comportamenti improntati ai valori della reciprocit&agrave; e della gratuit&agrave;, che pure affondano le proprie radici nel mondo rurale. <br />E’ per questo che, nelle fasi pi&ugrave; acute dei conflitti sociali del secolo scorso, quando la violenza non ha trovato canali di sbocco nella costruzione di organizzazioni sociali affidabili e di processi politici volti ad incivilire le contese, essa ha lasciato spazio ad involuzioni autoritarie. Quando viceversa, come nel secondo Dopoguerra, la violenza diffusa nelle campagne &egrave; stata incanalata dai partiti di massa nelle lotte per la democrazia, essa ha lasciato il campo al rigenerarsi di quei valori di mutuo aiuto e di solidariet&agrave; del mondo contadino che hanno potuto permeare le relazioni sociali nei decenni successivi.<br /><br />Oggi tutto questo pare essere scomparso di nuovo. E nell’acuirsi dei conflitti sociali di un’Italia multietnica e multiculturale, nelle campagne meridionali non solo sono venute a mancare le lotte ma brillano per la loro assenza i partiti e le organizzazioni sociali. E vanno via i giovani, alcuni perch&eacute; non trovano opportunit&agrave; di impiego in dinamiche economiche sganciate dalle risorse territoriali, altri perch&eacute; rinunciano ad avviare nuovi percorsi. E tutto &egrave; lasciato al degrado con l’arrivo di nuovi “cafoni”, nuovi “bravi” e nuovi signori feudali che stabiliscono la posta in gioco in territori ormai privi di comunit&agrave;.<br /><br />Forse solo un processo di ricomposizione dei legami comunitari nelle campagne, che veda protagoniste leve di giovani autoctoni e di giovani stranieri in nuove attivit&agrave; economiche legate ad un'agricoltura che produce contestualmente beni alimentari e servizi alla persona e in grado di ritessere le trame sociali di mutuo aiuto e di gratuit&agrave;, potrebbe permettere al nostro Mezzogiorno di affrancarsi dagli atavici venti di violenza che soffiano impetuosi nelle sue lande e di produrre un’innovazione che si innesti sulle radici migliori della tradizione. <br />Tale processo non si avvia spontaneamente, ma solo se nascono nuovi movimenti, nuovi partiti e nuove organizzazioni sociali che si assumono il ruolo di promuoverlo.<br />E' per questo che, dopo i fatti di Rosarno, dobbiamo rimettere al centro dell'iniziativa politica e sociale il Mezzogiorno e i giovani, le due priorit&agrave; che ci ha indicato Giorgio Napolitano la sera di S. Silvestro. Aggiungendo, dopo i tristi eventi calabresi, una terza priorit&agrave; che il presidente ha tralasciato: l’agricoltura. Su questi tre temi prioritari dobbiamo elaborare obiettivi concreti su cui costruire movimenti che durino, progetti che innestino percorsi reali di sviluppo e di cambiamento.<br /><br /> <br /><br />Alfonso Pascale]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=446]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=446</guid>
	<dc:date>2010-01-11T18:20:15+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Alfonso Pascale</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Una riflessione sulla PAC del futuro]]></title>
	<description><![CDATA[<span style="font-weight: bold;">Quale PAC vogliamo dopo il 2013?</span> <br /><br />Quest’anno  si avvier&agrave; il negoziato sulle scelte strategiche e di bilancio dell’Unione Europea. E’ alle nostre spalle la fase di stasi del processo di costruzione dell’Europa, che si &egrave; conclusa con l’entrata in vigore, il 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona e il rinnovo della Commissione. E adesso i riflettori sono puntati sul 2013, quando volger&agrave; al termine l’attuale programmazione delle politiche comuni e partir&agrave; quella successiva. La fase che si apre potr&agrave; essere un’occasione importante per costruire un’Unione Europea pi&ugrave; efficace, in grado di assicurarsi e conservare il sostegno dei suoi cittadini e che ponga al centro le persone e le comunit&agrave;. <br /><br />E’ auspicabile che il dibattito sulle priorit&agrave; dell’Unione non si limiti solo agli aspetti finanziari ma investa direttamente anche i contenuti delle politiche, a partire da una nuova Politica Agricola Comune (PAC) in linea con le domande che i cittadini europei  rivolgono oggi all’agricoltura e ai territori rurali, che sono giacimenti di valori sociali, culturali e ambientali irrinunciabili. Se si vuole che l’Europa faccia scelte oculate, &egrave; necessario che la discussione sul futuro della PAC esca dai circoli agricoli e coinvolga l’opinione pubblica.<br /><br /> <br /><span style="font-weight: bold;">La “provocazione” di un gruppo di economisti agrari europei</span><br /><br />Un contributo ad un dibattito di pi&ugrave; ampio respiro &egrave; stato recentemente fornito da un gruppo di economisti agrari europei, che ha diffuso la dichiarazione “Una Politica Agricola Comune per la produzione di beni pubblici europei”. Si tratta di una presa di posizione per un verso provocatoria, ma per l’altro chiara e coerente nella sua impostazione, che smuove finalmente le acque in un dibattito tutto interno al settore agricolo e segnato da un diffuso atteggiamento conservatore. <br /><br />Nel suddetto documento si riconosce che il passaggio - realizzato con le riforme succedutesi dal 1992 in poi - dai meccanismi di sostegno dei prezzi al Pagamento Unico Aziendale (PUA) diretto agli agricoltori e disaccoppiato dalla produzione ha ridotto gli effetti negativi della PAC. Oggi vi sono minori distorsioni nell’agricoltura europea ed in quella mondiale e gli agricoltori poveri dei paesi in via di sviluppo subiscono minori danni dalle nostre politiche protezionistiche. Ma si aggiunge anche che il PUA determina benefici fortemente ineguali tra i Paesi membri e tra gli agricoltori, senza peraltro conseguire nessun obiettivo chiaro in termini di distribuzione del reddito, sviluppo rurale o protezione dell’ambiente. Inoltre, gli strumenti di sostegno dei prezzi della vecchia PAC, che ancora sopravvivono, continuano a costituire un problema per i partner commerciali dell’UE, indebolendo la posizione negoziale dell’UE nel suo tentativo di smantellare le politiche eccessivamente protezionistiche su scala globale e di assicurare una conclusione positiva del Doha round.<br /><br />Il gruppo di economisti agrari propone, dunque, che l’Europa continui ad avere una politica agricola ma a condizione che sia finalizzata al raggiungimento di obiettivi pi&ugrave; generali e, in particolare, solo nei casi in cui gli effetti dell’intervento pubblico comunitario si estendano al di l&agrave; dei confini nazionali. In tutte le altre situazioni le politiche dovrebbero essere coerenti con il principio della sussidiariet&agrave;. <br /><br />Nel passare poi in rassegna gli obiettivi della PAC, gli estensori della presa di posizione mettono in discussione gran parte di quelli perseguiti finora. Si afferma, infatti, che il modo migliore di realizzare l’obiettivo dell’efficienza economica e della competitivit&agrave; del settore agricolo non &egrave; attraverso l’intervento pubblico ma mediante mercati ben funzionanti. Inoltre, la sicurezza alimentare dell’UE non sarebbe oggi in discussione perch&eacute; ci troviamo in un’area del mondo che ha il potere d’acquisto necessario ad approvvigionarsi sui mercati mondiali, anche quando i prezzi mondiali sono alti. E il modo migliore per aiutare le famiglie povere, quando sono colpite durante periodi di prezzi alti, &egrave; il ricorso alle politiche di welfare e non alle sovvenzioni all’agricoltura. Per quanto riguarda infine l’obiettivo di una pi&ugrave; equa distribuzione dei redditi agricoli, lo strumento pi&ugrave; efficace per affrontare il problema delle disparit&agrave; ancora esistenti in diverse regioni rurali non sarebbero i sussidi all’agricoltura ma forme dirette di intervento sociale. In effetti, se il sostegno pubblico resta legato alla produzione agricola o alla propriet&agrave; della terra, com’&egrave; attualmente, agricoltori e proprietari terrieri non poveri raccoglieranno gran parte degli aiuti, mentre i poveri saranno penalizzati. Gli aiuti pubblici derivanti da altre politiche dovrebbero, invece, essere mirati verso le famiglie con un reddito basso, indipendentemente dal settore in cui i loro membri lavorano. <br /><br />Nel documento si sostiene, infine, che si potrebbe prendere in considerazione solo l’obiettivo di accrescere la capacit&agrave; degli agricoltori di produrre beni pubblici. Tuttavia, non tutti i beni pubblici giustificherebbero un intervento da parte dell’UE, ma solo quelli che hanno valenza globale, cio&egrave; arrecano benefici oltre i confini nazionali. In sostanza, a parere del gruppo europeo di economisti agrari, la PAC del futuro dovrebbe promuovere esclusivamente beni pubblici.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">La risposta del Copa-Cogeca</span><br /><br />A questa presa di posizione si &egrave; immediatamente contrapposto il Copa-Cogeca, che rappresenta le organizzazioni professionali e cooperative dell’agricoltura a livello europeo, chiedendo di confermare la PAC cos&igrave; com’&egrave;.  La tesi di queste organizzazioni &egrave; che i prodotti alimentari costituirebbero uno strumento strategico per il controllo del pianeta e che, pertanto, sarebbe inopportuno rinunciare al PUA e  indebolire ulteriormente gli strumenti di gestione del mercato, poich&eacute; gli agricoltori avrebbero bisogno di un quadro stabile per pianificare in anticipo i loro investimenti e assicurare un approvvigionamento alimentare costante.<br /><br /> <br /><span style="font-weight: bold;">La posizione di Paolo De Castro</span><br /><br />Nel dibattito &egrave; intervenuto anche il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Paolo De Castro, che ha riconosciuto l’esigenza di un aggiornamento della PAC, ma ha manifestato sostanzialmente la propria contrariet&agrave; alle tesi del gruppo europeo di economisti agrari. Il motivo di fondo di tale avversione &egrave; che gli shock di prezzo come quelli registrati in anni recenti, da un parte, minacciano la capacit&agrave; di accesso al cibo della maggior parte della popolazione mondiale; dall’altra, rischiano di generare, specialmente in economie agricole come quelle in Europa, un processo diffuso di chiusura di aziende agricole, che &egrave; difficile da invertire. <br /><br />E questa situazione, senza una PAC che conservi l’attuale impianto, avrebbe come effetto l’impoverimento del ruolo sociale ed ambientale dell’agricoltura. Da qui la  proposta del presidente della Comagri del Parlamento Europeo di continuare a ridurre progressivamente gli interventi di protezione del mercato e di sostegno ai prezzi, ma nello stesso di garantire la possibilit&agrave; di attivare misure tempestive e appropriate per proteggere gli agricoltori dagli shock di produzione e di prezzo. Si tratterebbe per De Castro di confermare il PUA nella sua attuale configurazione, legandolo pi&ugrave; strettamente al comportamento degli agricoltori e ai servizi pubblici da essi creati e non pi&ugrave; al valore storico dei premi. Infine, De Castro rigetta l’ipotesi della parziale rinazionalizzazione della PAC, contenuta nella presa di posizione degli economisti agrari,  poich&eacute; tale prospettiva, pur in presenza di intense forme di controllo e regolamentazione, potrebbe produrre un livello di distorsione tale da penalizzare alcuni paesi e da creare una disparit&agrave; nell’intensit&agrave; di intervento.<br /><br />In sostanza, l’unico punto su cui tutti paiono concordare &egrave; la possibilit&agrave; di promuovere e sostenere, nell’ambito della PAC del futuro, l’accesso degli agricoltori ai moderni strumenti di gestione del rischio nel caso di shock di prezzo.<br /><br /> <br /><span style="font-weight: bold;">E’ innegabile l’esigenza di formulare nuovi obiettivi per la PAC</span><br /><br />La mia opinione &egrave; che il gruppo di economisti agrari ha perfettamente ragione nel ritenere che la sicurezza alimentare non costituisca  un problema per l’Europa  e che i suoi cittadini siano in media abbastanza ricchi per approvvigionarsi sui mercati mondiali, anche quando i prezzi mondiali sono alti. Questo dato di fatto gi&agrave; si riscontrava agli inizi degli anni Ottanta ed ha permesso all’Europa di procedere alla progressiva riduzione della protezione dei mercati e del sostegno dei prezzi per concorrere a far fronte alle distorsioni dei mercati mondiali. Da questa angolatura, la situazione non si &egrave; modificata nell’ultimo periodo e, dunque, non si giustifica il mantenimento di aiuti distribuiti a pioggia agli agricoltori finalizzati a garantirci come europei un livello elevato di autoapprovvigionamento alimentare. Sono, invece, aumentati e sempre pi&ugrave; aumenteranno gli shock di prezzo; e l’Unione europea non potr&agrave;, dunque, ignorare i problemi reali che prezzi bassi determinano. Occorrerebbe non solo promuovere nuovi strumenti di gestione del rischio, come tutti concordano di introdurre nella prossima riforma della PAC, ma prevedere anche reti di sicurezza contro la contrazione dei redditi degli agricoltori, per fronteggiare cadute dei prezzi mondiali di natura eccezionale. Ritenere, tuttavia, che questa esigenza si possa soddisfare conservando il PUA &egrave; come voler curare il mal di denti, che fortunatamente si verifica solo ogni tanto, con dosi quotidiane di analgesico da assumere per tutta la vita con effetti collaterali perniciosi e dispendiosi per s&eacute; e per la collettivit&agrave;. Questo aspetto relativo all’efficacia degli strumenti per fronteggiare le cadute dei prezzi, che si verificano in via eccezionale, potrebbe essere ulteriormente approfondito dal gruppo di economisti agrari per offrire ipotesi di interventi pi&ugrave; particolareggiate, dal momento che essi medesimi riconoscono l’esistenza di questo problema.<br /><br />Per quanto riguarda i due obiettivi dell’efficienza economica e della competitivit&agrave; delle imprese, per un verso, e della redistribuzione del reddito tra gli agricoltori e i territori, per l’altro, anch’io ritengo che  non si debbano perseguire pi&ugrave; in una logica settoriale ma nell’ambito di politiche di sviluppo e coesione che affrontino orizzontalmente tali problemi nei diversi territori. Del resto, l’esperienza della PAC come politica di welfare in senso redistributivo &egrave; stata del tutto deludente in questi decenni. Sono convinto che lo sviluppo rurale non debba pi&ugrave; essere una politica per l’agricoltura ma vada integrato effettivamente nelle altre politiche territoriali unificando i relativi fondi, che interverrebbero cos&igrave; verso tutte le strutture produttive comprese quelle agricole, e rafforzando la parte relativa agli interventi sociali da dirottare anche verso i territori rurali. E’ nell’insieme di queste politiche che si dovranno garantire priorit&agrave; e maggiori risorse per i giovani e per le aree pi&ugrave; svantaggiate dell’Unione. <br /><br />D’altronde, l’esperienza di questi anni dimostra che le politiche di sviluppo e coesione richiedono apparati burocratico-amministrativi disponibili ad assolvere ruoli proattivi, e non solo di controllo, e che l’aver tenuto insieme le competenze nelle materie agricoltura e sviluppo rurale non solo non ha affatto garantito un approccio pi&ugrave; proattivo da parte delle strutture pubbliche, ma ha contribuito anche alla separatezza degli specialismi e dei settori.<br /><br />Resta l’obiettivo della promozione di beni pubblici prodotti dall’agricoltura, come grande opzione di una PAC pi&ugrave; efficace e pi&ugrave; gradita alla maggioranza dei cittadini e ai soggetti pi&ugrave; innovativi che operano in agricoltura. Anch’io sono convinto che questa impostazione sia la pi&ugrave; praticabile per ottenere una riforma rispondente alle necessit&agrave; dell’Europa a patto, per&ograve;, che si approfondisca come estendere l’approccio ai beni pubblici a tutti quei beni e servizi che si legano, in modo inestricabile, sia alle nuove sfide ambientali sia al bisogno di preservare le risorse umane, il capitale sociale e il senso di comunit&agrave; dell’agricoltura come valori indispensabili per umanizzare la societ&agrave;. <br /><br />E’ noto che i beni pubblici (common goods) sono beni o servizi che hanno un valore per la collettivit&agrave; ma necessitano di essere promossi dallo Stato per correggere i fallimenti del mercato. Il gruppo di economisti agrari include tra i servizi pubblici  richiesti dai cittadini e forniti dagli agricoltori  la lotta contro il cambiamento climatico, la conservazione della biodiversit&agrave;, la protezione della fertilit&agrave; dei suoli, la gestione delle risorse idriche, la conservazione del paesaggio, la salubrit&agrave; degli alimenti, la salute degli animali e delle piante e indica tra questi anche, genericamente, lo sviluppo rurale. I suddetti beni e servizi rientrerebbero tra quelli che la PAC dovrebbe incentivare. <br /><br /> <br /><span style="font-weight: bold;">Ritematizzare l’approccio ai beni pubblici</span><br /><br />Invero, la multifunzionalit&agrave; dell’agricoltura non riguarda soltanto la produzione di beni di tipo ambientale legati ai fallimenti del mercato, ma anche gli output multipli dei processi agro-zootecnici legati ad una diversa visione dei percorsi di creazione di benessere collettivo come quelli riscontrabili nell’agricoltura sociale. Siamo in questi casi in presenza di originali modelli produttivi, in cui la produzione di un bene alimentare e la produzione di un servizio sociale sono un tutt’uno – l’una cosa non si realizza senza l’altra – n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno di quanto avviene nel caso di una pratica produttiva agricola che produce conservazione di biodiversit&agrave;. Siamo nell’ambito di costruzioni sociali  in cui si sperimenta l’idea di legare la produzione di ricchezza economica e la produzione di ricchezza sociale, rompendo gli steccati tra specialismi e settori e rimescolando la separazione che caratterizza gli Stati moderni tra produzione privata della ricchezza economica e redistribuzione pubblica.<br /><br />Si tratta, dunque, di concepire i beni pubblici in un’ottica molto pi&ugrave; ampia di quella in cui solitamente essi vengono tematizzati nel dibattito di politica economica, considerando il complesso dei valori sociali e ambientali prodotti dall’agricoltura.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">La PAC come contributo alla costruzione di un’Europa delle persone e delle comunit&agrave;</span><br /><br />La PAC del futuro si potrebbe allora impiantare davvero - come asserito nella dichiarazione del gruppo di economisti agrari - su di un unico pilastro, eliminando, da una parte, il PUA ( attuale primo pilastro) e trasferendo, dall’altra, gli interventi di sviluppo rurale (quegli aspetti dell’attuale secondo pilastro non riconducibili alla promozione di beni pubblici) nelle altre politiche di sviluppo e coesione. Si  tratta, in sostanza, di delineare meccanismi snelli ed efficaci volti ad incentivare attivit&agrave; agricole che producono beni e servizi di utilit&agrave; pubblica nell’ambito sia della qualit&agrave; alimentare che degli aspetti sociali e ambientali, salvaguardando il pluralismo dei soggetti agricoli e delle tipologie produttive, e di prevedere interventi che promuovono la gestione del rischio e proteggono gli agricoltori quando si verificano cadute dei prezzi. <br /><br />Nello stesso tempo, andrebbe offerta la disponibilit&agrave;, nell’ambito del Doha round, ad una progressiva riduzione dei sussidi all’esportazione e di alcune tariffe all’importazione particolarmente elevate per contribuire a sbloccare il negoziato e pervenire rapidamente ad un accordo, che riduca ulteriormente i protezionismi delle politiche agricole e liberalizzi il commercio mondiale dei prodotti agricoli.<br /><br />Una  riforma siffatta assicurerebbe alla PAC un consenso molto ampio dei cittadini europei  e potrebbe pi&ugrave; facilmente contribuire a sventare il rischio del ricorso ad una sua parziale rinazionalizzazione per spostare risorse finanziarie su altre politiche. Qui c’&egrave; un punto di netto  dissenso nei confronti della nota degli economisti agrari che mi sento di condividere con De Castro. In presenza di una PAC che individui correttamente e promuova beni e servizi sociali, ambientali e riferiti alla qualit&agrave; alimentare, richiesti dai cittadini europei e prodotti effettivamente dall’agricoltura, &egrave; del tutto ragionevole che l’incentivazione della loro produzione sia assicurata  totalmente dal bilancio dell’Unione. Perch&eacute; le istituzioni europee dovrebbero rinunciare ad una politica che promuove beni per tutti e soprattutto contribuisce alla costruzione di un’Europa che abbia al centro le persone e le comunit&agrave;? <br /><br />Alfonso Pascale<br /><br /> <br />Link utili:<br /><a href="http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=516">http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=516</a> <br /><a href="http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=529">http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=529</a><br /><a href="http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=552">http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=552</a><br /><a href="http://www.reformthecap.eu/posts/declaration-on-cap-reform">http://www.reformthecap.eu/posts/declaration-on-cap-reform</a>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=445]]></link>
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	<dc:date>2010-01-11T14:01:17+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Alfonso Pascale</dc:creator>
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	<title><![CDATA[ ACQUA, ECCO PERCHE' SARA' UNA PRIVATIZZAZIONE]]></title>
	<description><![CDATA[Acqua, spazzatura, trasporto locale. Il &ldquo;decreto Ronchi&rdquo; privatizza senza  liberalizzare. Occhio alle deroghe, che saranno la vera ossatura del  provvedimento: e permettono di svendere quote di beni pubblici a trattativa  privata.<br /><br />  di Bernardo Pizzetti    <br /><br />Da Sbilanciamoci.info  <br /><br />La riforma dei servizi pubblici locali approvata dal Parlamento costituisce  una ingiustificata accelerazione verso la sostanziale privatizzazione delle  aziende locali, con l&rsquo;aggravante della loro svendita. E&rsquo; fondamentale che la  discussione esca dai ristretti circoli accademici ed industriali per restituire  la parola ai cittadini.  <br /><br />Lo scorso 19 novembre &egrave; stata approvata la legge di conversione del decreto  n. 135/2009 (c.d. &ldquo;decreto Ronchi&rdquo;) che, all&rsquo;articolo 15, introduce una nuova  disciplina di gestione dei servizi pubblici locali (SPL). <br /><br /> In questi anni si sono succeduti numerosi tentativi di riforma del settore,  ma il testo approvato il 19 novembre contiene delle novit&agrave;, non tutte positive,  giustificate dall&rsquo;assioma secondo cui il provvedimento sarebbe motivato dalle  necessit&agrave; di investimento sul comparto dei SPL, necessit&agrave; che possono essere  garantite solo dal settore privato. Vi &egrave; inoltre un secondo punto di opacit&agrave;  nella comunicazione dei contenuti della misura che si sostanzia nella negazione  del termine &ldquo;privatizzazione&rdquo;, preferendo il pi&ugrave; rassicurante riferimento alla  &ldquo;liberalizzazione&rdquo; per descrivere gli effetti della riforma. Si tratta, in  entrambi i casi, di due proposizioni sostanzialmente non veritiere e  artatamente fuorvianti. Proviamo a vedere perch&eacute;, invece, l&rsquo;esito di tutto il  processo non potr&agrave; essere che quello della &ldquo;privatizzazione con svendita&rdquo; delle  aziende pubbliche locali. <br /><br /> La nuova disciplina sostiene due cose: la prima &egrave; che l&rsquo;affidamento dei  servizi pubblici potr&agrave; avvenire solo attraverso una gara indetta o per la  gestione del servizio, oppure su almeno il 40% del capitale di una societ&agrave;  mista in cui al socio privato siano attribuiti specifici compiti operativi. In  quest&rsquo;ultimo caso la societ&agrave; manterrebbe l&rsquo;affidamento diretto. La seconda  disposizione &egrave; che tutte le gestioni &ldquo;in house&rdquo; cesseranno il 31 dicembre 2011  o, in caso di societ&agrave; quotata, con due diverse scadenze (al 30 giugno 2013 e al  31 dicembre 2015).  <br /><br />A tale meccanismo sono state previste due deroghe, una per le societ&agrave; non  quotate in borsa ed una per le quotate. Saranno proprio tali deroghe a  rappresentare lo stato di fatto che si verr&agrave; a creare a regime come conseguenza  &ldquo;naturale&rdquo; del sistema di incentivi costituiti dalla deroga medesima; in questo  quadro, l&rsquo;opzione della gara per la gestione del servizio (che dovrebbe essere  l&rsquo;ossatura portante della riforma) rimarr&agrave; un&rsquo;ipotesi residuale riservata agli  enti locali che non possiedono aziende pubbliche, come gi&agrave; avviene ora. La  circostanza che la deroga diventer&agrave; la regola, non deve stupire nel nostro  Paese. Stupisce piuttosto vedere molti commentatori concentrati nel discettare  (Carlo Scarpa su lavoce.info o, da ultimo, Franco Debenedetti su La Repubblica  del 22 novembre 2009) di un evento che, con rare eccezioni, non si verificher&agrave;  quasi mai, ma che &egrave; assai utile per fornire alibi e giustificazione all&rsquo;intero  impianto.  <br /><br />Come funziona il sistema di incentivi a favore della deroga? Per le societ&agrave;  non quotate in borsa, come ricordato, la gara sul servizio pu&ograve; essere evitata  nei casi in cui l&rsquo;amministrazione pubblica ceda il 40% della societ&agrave; che opera  &ldquo;in house&rdquo;. Per quanto riguarda le quotate, invece, si stabilisce che la  societ&agrave; pu&ograve; mantenere la gestione del servizio fino alla scadenza dei contratti  se e solo se entro il 30 giugno 2013 sar&agrave; ridotta fino al 40% la quota pubblica  nell&rsquo;azionariato (da ridurre ulteriormente al 30% entro il 31 dicembre 2015).  <br /><br />La maggior potenza dell&rsquo;incentivo ad utilizzare la deroga rispetto all&rsquo; opzione alternativa della gara sta tutta in queste disposizioni. Per un  qualunque sindaco, infatti, la privatizzazione parziale dell&rsquo;azienda (sia essa  quotata o meno) &egrave; di gran lunga preferibile perch&eacute; consente: di ottenere liquidit&agrave; in cambio di azioni, da utilizzare nel corso del  mandato elettorale; di mantenere l&rsquo;affidamento diretto alla propria azienda, anche se  parzialmente privatizzata, evitando cos&igrave; di generare tensioni connesse agli  aspetti occupazionali; di continuare a nominare rappresentanti nel cda dell&rsquo;azienda, anche se in  numero inferiore a prima; di avviare una negoziazione per la scelta del socio privato che, nel caso di  societ&agrave; quotate, pu&ograve; avvenire anche per trattativa privata.  <br /><br />Nessuno di tali incentivi &egrave; acquisibile attraverso la gara per il servizio  che, al contrario, presenta tutti i rischi speculari ai vantaggi della deroga. <br /><br /> Ulteriori perplessit&agrave; sorgono se si osservano le modalit&agrave; attraverso cui &egrave;  stata prevista la cessione delle azioni per le societ&agrave; quotate che dovr&agrave;  avvenire tramite gara (ovviamente fra pochi) o collocando i titoli privatamente  presso investitori qualificati e operatori industriali. Non c&rsquo;&egrave; alcun  riferimento al ricorso all&rsquo;offerta pubblica di vendita come sarebbe naturale  per aziende quotate. Tale scelta non &egrave; logica a meno che non siano gi&agrave; scritti  i nomi dei futuri acquirenti. Non rappresenta di certo una maggiore garanzia la  previsione di attivare procedure concorsuali per la scelta del socio privato  nel caso di societ&agrave; non quotate.  <br /><br />Saranno privatizzazioni, dunque.  <br /><br />Anche l&rsquo;osservazione secondo cui il settore privato sarebbe in grado di  garantire l&rsquo;impressionante mole di investimenti necessari a migliorare la  qualit&agrave; del servizio (si stimano 60 miliardi di euro solo per il comparto  idrico) non regge di fronte alla banale constatazione che gli investimenti in  infrastrutture sono di norma ripagati dalla tariffa a fronte di prestiti delle  banche e degli istituti finanziari, erogati indipendentemente dall&rsquo;assetto  proprietario delle aziende. Anzi. E&rsquo; noto nella letteratura economica che il  costo dell&rsquo;indebitamento pubblico &egrave; sistematicamente inferiore a quello dell&rsquo; investimento privato. Se dunque per finanziare gli investimenti necessari sulle  reti si introduce da subito un fattore di produzione pi&ugrave; costoso di un altro, l&rsquo; effetto sulla tariffa non potr&agrave; che essere negativo per gli utenti.<br /><br />  L&rsquo;ultimo aspetto riguarda la svendita delle aziende e la natura degli  acquirenti. Il meccanismo avviato dalla riforma si regge sulla base del  presupposto che esista in Italia uno stock di capitale privato libero da  impegni e tale da poter soddisfare le esigenze della totalit&agrave; dei servizi  locali che verranno messi a gara contemporaneamente a partire dal 2011: la  messa sul mercato delle aziende determiner&agrave; un eccesso di offerta sulla domanda  e quindi, per una basilare legge economica, prezzi di cessione delle societ&agrave;  pubbliche in caduta. Ecco dunque &ldquo;l&rsquo;effetto svendita&rdquo;, insito nel meccanismo,  che non ha bisogno neanche di una decisione politica affinch&eacute; si realizzi. Per  la disponibilit&agrave; del capitale invece, si potrebbe fare affidamento sul rientro  dei capitali provocato dallo &ldquo;scudo fiscale&rdquo;. In tal caso si realizzerebbe il  paradosso di consegnare (con svendita) ricchi monopoli per la gestione dei  servizi pubblici a soggetti privati che per anni hanno tenuto i capitali all&rsquo; estero eludendo le imposte e che ora potrebbero rivelarsi titolati a riscuotere  le tariffe. Questa situazione giustifica oramai ampiamente il ricorso all&rsquo; istituto referendario, in modo che siano i cittadini a chiarire una volta per  tutte quale assetto organizzativo sia pi&ugrave; indicato a garantire quantit&agrave;,  qualit&agrave; ed efficienza nella fornitura di servizi.      <br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">A CURA DEL CIRCOLO PD <br /></div>
<div style="margin-left: 400px;">DI VIA CREMA ROMA<br /></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=444]]></link>
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	<dc:date>2009-12-12T10:25:54+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Presentazione a Roma del romanzo "Il Broncio" di Vanina Iodice]]></title>
	<description><![CDATA[<span style="font-weight: bold;">Sabato 5 dicembre 2009, ore 18.00 - 20.00, presso l'antica libreria CROCE, corso Vittorio Emanuele II 158, Roma, si terr&agrave; la presentazione del romanzo "Il Broncio" di Vanina Iodice. Moderatore dell'incontro, Alfonso Pascale. Relatori Nando Vitali, editor, direttore editoriale e scrittore e la giornalista Annamaria Barbato Ricci. L'attrice e cantante Enza Di Blasio interverr&agrave; con letture dal testo e un momento musicale. Sar&agrave; presente l'autrice.  </span><br /><br />Il Broncio &egrave; il titolo del quadro appeso alla parete lunga del salotto di Jacopo Vignes. Il Broncio &egrave; anche la sintesi perfetta del volto di Teresa Belli. "Nel turbamento e nella serenit&agrave;, nella fretta e nella lentezza, quell’espressione, in forme sempre diverse e sempre uguali, apparteneva al suo viso. Come un lineamento, un neo, una cicatrice. Come una spia luminosa dell’anima". A Jacopo, che rientra a casa dopo tre mesi di reportage di guerra, lei ha lasciato pagine scritte. Per una banale disattenzione, lui comincia la lettura da un post scriptum che risuona, da subito, presagio di nuovi combattimenti.  Il ritorno di Jacopo appare dunque gi&agrave; segnato da due difficili imprese. Da una parte, dover restituire un senso accettabile alla vita dopo aver assistito troppo da vicino allo spettacolo della guerra. Dall’altra, spingersi l&agrave; dove lo conducono le parole del diario di Teresa.  “Il gioco di scatole cinesi col quale procede la storia, approder&agrave; a un inaspettato finale. Il lettore ne rester&agrave; stupito, preso anch’egli nell’ingranaggio delle rivelazioni. Una lettura appassionante e un epilogo spiazzante. Dove l’amore emerge in tutte le sue fascinose contraddizioni e possibilit&agrave;” .     <br /><br /><span style="font-style: italic;">Vanina Iodice &egrave; nata nel 1973 a Napoli, dove vive e lavora. Giornalista pubblicista dal 1994, ha alle spalle collaborazioni con IL MATTINO di Napoli, con radio e televisioni regionali. Neuropsicomotricista dal 1998 presso la Facolt&agrave; di Medicina e Chirurgia della Seconda Universit&agrave; degli Studi di Napoli, si occupa di educazione e terapia psicomotoria dell’et&agrave; evolutiva.</span>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=443]]></link>
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	<dc:date>2009-12-04T11:03:38+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Alfonso Pascale</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[LETTERA DI ARRIVEDERCI DI UN DOCENTE AL MINISTRO GELMINI]]></title>
	<description><![CDATA[Caro Ministro, voglio confidarLe una cosa: sono stanco. Sono stanco di sperare nella buca della posta, in attesa di una convocazione  che, gi&agrave; so, non arriver&agrave; mai prima della met&agrave; di ottobre (quest&rsquo;anno men che  mai). O almeno le mie personali statistiche, accumulate in un decennio di  insegnamento precario, dicono questo. Dicono anche, quando la convocazione  arriva, che non durer&agrave; molto, e chiss&agrave; quando ne arriver&agrave; un&rsquo;altra. E chiss&agrave;  quando arriveranno i soldi. Quando va bene, la media &egrave; due mesi dalla scadenza  del contratto. <br /><br /> Sono stanco al sol pensiero di ricominciare un altro anno scolastico con  questi presupposti. Il sol pensiero, alcuni giorni, mi toglie quel sorriso che,  per natura e per una fortuna caratteriale, assaporo la mattina quando apro gli  occhi. Il mio solito buonumore, da qualche anno, comincia a dissolversi con il  dissolversi dell&rsquo;estate, con l&rsquo;incombere della riapertura delle scuole. Ma non  perch&eacute; non abbia voglia di lavorare, anzi, esattamente per il motivo opposto:  perch&eacute; avrei voglia di lavorare, di svolgere il lavoro che sento di saper fare  (e di voler fare) tra tutti quelli che sono costretto a mettere insieme per  guadagnarmi un&rsquo;esistenza dignitosa. Diciamo decente.  <br /><br />Sono stanco, quando finalmente una supplenza arriva, di firmare contratti di  venti, massimo quaranta giorni, senza mai avere la possibilit&agrave; di organizzare  un programma didattico completo, sempre in bilico, aggrappato a un rinnovo di  cui nulla si sa, se non all&rsquo;ultimo momento.  <br /><br />Sono stanco di lasciare una classe alla quale mi affeziono, con la quale  comincio a condividere una parte della mia vita che poi devo interrompere a  bruciapelo, da un giorno all&rsquo;altro.   <br /><br />Sono stanco di subire i conseguenti sbalzi di umore.  <br /><br />Sono stanco di inventarmi in continuazione altri lavori per sopravvivere.<br /><br />  Sono stanco, con tutto il rispetto, di ascoltare la sua voce, e di leggere le  sue interviste. Mi sembra tutto cos&igrave; lontano. Cos&igrave; falso. Cos&igrave; illogico. Oddio,  mettendomi nei Suoi panni mi rendo conto che una logica ce l&rsquo;ha. Il succedersi  degli eventi e le cifre che ne scaturiscono parlano chiaro. Al momento del Suo  insediamento, raccontano alcune cronache, Le &egrave; stato chiesto di recuperare  attraverso il Suo dicastero una parte dei soldi utili ad accontentare altri  dicasteri ritenuti pi&ugrave; importanti (mi chiedo: c&rsquo;&egrave; qualcosa di pi&ugrave; importante  per un paese della pubblica istruzione?). E lei, diligentemente, ha eseguito il  compito assegnatoLe. Il che, numericamente tradotto, significa otto miliardi di  euro da rastrellare entro tre anni, recuperabili attraverso il taglio di oltre  130.000 posti di lavoro, aumentando il numero di studenti nelle classi,  spazzando via dalle graduatorie una quantit&agrave; impressionante di insegnanti, o  aspiranti tali, abolendo di fatto la cosiddetta &ldquo;terza fascia&rdquo;.  <br /><br />Senza dimenticare di strizzare l&rsquo;occhio alle scuole private, e alla richiesta  di rendere centrale e obbligatoria l&rsquo;ora di religione da parte di chi, in  teoria, dovrebbe occuparsi di un altro Stato, non di quello italiano.  <br /><br />Sono stanco di vedere, Lei non ci creder&agrave;, i miei colleghi (o aspiranti tali)  arrampicarsi sui cornicioni o girare davanti agli ingressi delle &ldquo;loro&rdquo; scuole  in mutande, per manifestare tutta la loro disperazione. Non riesco pi&ugrave; a  vederli, neanche in televisione. E non riesco pi&ugrave; a guardarli dritto negli  occhi, quando mi capita di incontrarli.<br /><br />  Come avr&agrave; intuito, Ministro, sono piuttosto stanco. Cos&igrave; ho deciso di  riposarmi un po&rsquo;, ma allo stesso tempo di rimanere attivo (dovessi sentirmi  dire anche da Lei che sono un &ldquo;bamboccione&rdquo;, o peggio, un &ldquo;fannullone&rdquo;).   <br /><br />Ecco perch&eacute; ho deciso, ancora una volta, di partire.  <br /><br />Qualche tempo fa, in una delle tante pause tra una convocazione e l&rsquo;altra, ho  accettato la proposta di una rivista per un reportage nel sud di Dakar, in un  villaggio dove alcuni italiani di buona volont&agrave; hanno costruito un centro di  accoglienza per bambini, nel quale insegnano loro il francese, lingua  nazionale, dandogli in questo modo la possibilit&agrave; di un futuro. Alla fine della  mia permanenza il direttore del centro mi disse: &ldquo;Sto seguendo quello che  accade nel nostro paese. Se non la fanno insegnare in Italia, qui di insegnanti  ne abbiamo bisogno come il pane...&rdquo;.  <br /><br />Ebbene, nei prossimi mesi insegner&ograve; in Africa.  <br /><br />Mi creda, caro Ministro, non &egrave; una scelta cos&igrave; coraggiosa come potrebbe  apparire. Ci si sente bene, aiutando persone che hanno bisogno di te, e che  apprezzano immensamente quanto tu sei pronto a fare per loro. Ci si sente  meglio. Ci si addormenta senza patemi; e la mattina, quando apri gli occhi,  torna il sorriso. Torna quel buonumore di cui sopra. E poi ho pensato, con un  pizzico di perfidia, che in un certo senso questa scelta avrebbe fatto piacere  anche a Lei, Ministro, e al governo che Lei rappresenta. Due piccioni con una  fava, almeno per qualche tempo: un disoccupato in meno, un precario di meno,  che inoltre va pure a insegnare in Africa. Magari cos&igrave; restano nel loro paese,  invece di arrivare nel nostro. La invito quindi a considerare questa mia  trasferta africana non solo come un&rsquo;importante e ulteriore esperienza didattica  che, ne sono sicuro, migliorer&agrave; la qualit&agrave; del mio insegnamento, ma anche come  una forma di protesta nei Suoi confronti. Una protesta individuale,  inevitabilmente poco efficace, originale ma poco pratica.<br /><br />  Il fatto &egrave;, come ho cercato di spiegare, che sono stanco. Mentalmente stanco.  E non riesco a sostare con le tende in viale Trastevere, davanti al Suo  dicastero, n&eacute; a partecipare alle infinite manifestazioni che si  moltiplicheranno in questi mesi. Da questo punto di vista ha vinto Lei, almeno  contro di me.   Una collega mi ha rimproverato: &ldquo;Cos&igrave; ci lasci da soli, e il Ministro non  sapr&agrave; mai della tua forma di protesta. Quello che stai facendo, per quanto mi  riguarda, &egrave; del tutto inutile&rdquo;. Le parole della collega mi hanno scosso, un po&rsquo;  anche ferito. E forse sono state soprattutto quelle parole a convincermi che  forse era arrivato il momento di scriverLe questa lettera. Perch&eacute; ormai ho  preso la mia decisione: e il mio bagaglio, leggero come la libert&agrave;, &egrave; praticamente pronto.   Arrivederci Ministro, dunque. Arrivederci a quando il vento dell&rsquo;oceano avr&agrave;  d&rsquo;incanto portato via la mia stanchezza. Arrivederci a presto. Molto presto.  Cordialmente Emiliano Sbaraglia      A CURA DEL CIRCOLO PD DI VIA CREMA ROMA]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=442]]></link>
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	<dc:date>2009-12-04T10:44:22+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[PRESIDENTE BERLUSCONI, BACIAMO LE MANI!]]></title>
	<description><![CDATA[Secondo le corti di appello verrebbero cancellati tra il 43 e il 60% dei  processi in corso. Proviamo a dire un numero: migliaia? Decine di migliaia?  Centinaia di migliaia? Un colpo di spugna, i cattivi liberi, il senso  d'impunit&agrave;, di profondo disprezzo per questo Stato che non sa proteggere i suoi  cittadini, l'arroganza dell'impunito che diventa legge. Dall'altra chi ha  sub&igrave;to, i familiari delle vittime, i figli, le mogli, le madri, vittime esse  stesse di quelle storie spezzate, di pene che ora verranno inflitte di nuovo a  chi ha gi&agrave; pianto. E tutto per permettere a un'unica persona di sfoggiare un  abito su misura tagliatosi apposta per lui facendo a pezzi gli ultimi barlumi  della Giustizia in Italia, ridicolizzando i brandelli di quello Stato, di  quella comunit&agrave; che avevano ancora resistito ai suoi colpi di maglio. &quot;S&igrave;, una  legge fatta su misura - conferma l'ex magistrato e ora componente della  commissione Giustizia del Senato, Felice Casson (nella foto)- un duplicato  della &quot;norma salva processi&quot; dell'anno scorso. Per salvare Berlusconi da 2  processi se ne mandano al macero decine di migliaia. Lui infatti ha gi&agrave;  stappato lo champagne per il processo Mills e per i diritti Mediatrade.  Entrambi cos&igrave; sono estinti. Una norma a pennello, l'ennesima. Del resto non  gliene frega niente&quot;.   <br /><br />Quali problemi presenta il disegno di legge taglia processi?   &quot;Tre, che corrispondono a tre profili diversi. Il primo &egrave; il profilo  d'incostituzionalit&agrave;. Ci sono elementi cos&igrave; manifesti di disparit&agrave; di  trattamento in pi&ugrave; punti per persone indagate o meno che lo rendono  inammissibile e spero che di tali elementi si accorga il presidente della  Repubblica. Poi c'&egrave; l'elemento morale: &egrave; una vergogna, un'assoluta vergogna per  tutti noi che un uomo possa farsi fare delle leggi per s&egrave;. Una vergogna quella  di vedere il diritto piegato alle necessit&agrave; di un pregiudicato. Infine il terzo  profilo &egrave; quello tecnico giuridico. Questo disegno di legge &egrave; uno scarabocchio,  paro paro, fatto male, che creer&agrave; enormi problemi applicativi e interpretativi.  Non affronta temi basilari come il concorso in reato. Nemmeno lo stralcio e  nemmeno decide da quando parte il computo dei due anni: dalla pronuncia o dal  deposito della sentenza. Un pateracchio&quot;.    <br /><br />E' vero che verrebbero azzerati anche molti processi per morti sul lavoro?  &quot;Proprio per la fretta con cui &egrave; stato fatto e per la malvagit&agrave; del disegno  che cela, questa proposta di legge &egrave; talmente mal fatta che potrebbero  rientrarvi processi come quello per l'eternit o i morti per amianto. Se un  giudice vi facesse rientrare l'articolo 589 (omicidio colposo) o il 437  (omissione dolosa di misure di controllo per la prevenzione di incidenti sul  lavoro) verremmo ad azzerare processi per incidenti mortali sul lavoro:  centinaia di famiglie beffate dagli squali&quot;.<br /><br />    Eppure anche voi avevate presentato un disegno di legge sui tempi delle  giustizia. Oggi Vespa vi accusa di usare due pesi e due misure.   &quot;Gran calma. Noi volevamo abbreviare i tempi delle giustizia aumentando le  risorse all'apparato giudiziario, aumentando il numero dei magistrati e  migliorando la loro distribuzione: una serie di disegni di legge che  affrontavano in modo organico il problema delle Giustizia in Italia, ma che al  contempo permettevano un allungamento dei tempi in caso di impedimento.  Esattamente l'opposto di quanto sostenuto da Vespa e da chi per lui. Si vede  che questa volta &egrave; stato imbeccato male&quot;.  <br /><br />Ugo Dinello   <br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">A CURA DEL CIRCOLO PD <br /></div>
<div style="margin-left: 400px;">DI VIA CREMA ROMA</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=441]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=441</guid>
	<dc:date>2009-11-29T09:51:58+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[TREMONTI BOND, OPERAZIONE NEBBIA]]></title>
	<description><![CDATA[Due banche hanno fatto ricorso finora ai Tremonti bond. In entrambi i casi  non sono chiari i termini dei finanziamenti concessi n&eacute; come si possa garantire  uno degli obiettivi per cui sono stati istituiti: il sostegno al credito per  famiglie e piccole imprese. La legge che ha introdotto questi strumenti  finanziari e i successivi decreti ministeriali si limitano infatti a  enunciazioni di principio, ma non indicano specifici impegni delle banche  emittenti. Lasciando sostanzialmente ai singoli istituti di credito la  definizione concreta delle misure da praticare.  <br /><br />A circa otto mesi dall'istituzione, il Banco Popolare Italiano (Bpi) ha  proceduto alla prima emissione dei cosiddetti Tremonti bond, seguita da quella  condotta dalla Banca Popolare di Milano (Bpm). Anche altri istituti si sono  dichiarati interessati a fare ricorso ai nuovi strumenti per incrementare il  proprio patrimonio di vigilanza.<br /><br /> I termini dei finanziamenti concessi rimangono per&ograve; ancora non ben  determinati e, soprattutto, non &egrave; chiaro come, accanto al rafforzamento  patrimoniale delle banche, lo Stato possa garantire l&rsquo;efficace perseguimento  dell'ulteriore interesse pubblico, pi&ugrave; volte dichiarato, di vedere agevolata la  concessione del credito alle imprese e alle famiglie. Manca infatti un meccanismo contrattuale o legale che vincoli gli istituti  creditizi sovvenzionati, n&eacute; sembra che gli osservatori istituiti presso le  prefetture possano costituire una soluzione.  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">INSPIEGABILI SILENZI</span> <br />Le due operazioni avviate non sono descritte in un prospetto ufficiale, ma  solo in alcuni comunicati stampa, nei quali per&ograve; non sono indicati i termini  precisi dei prestiti erogati dallo Stato a favore delle singole banche. Dalla nota congiunta del ministero dell'Economia e delle Finanze e di Bpi del  19 giugno e da quella rilasciata da Bpm il 21 settembre, le uniche informazioni  che si rinvengono sono l'ammontare dell'emissione - 1,45 miliardi di euro per  Bpi, 500 milioni per Bpm - e l'adozione di un protocollo di intenti. (1) <br /><br /> Con il protocollo le debitrici si impegnano : <br />-        ad adottare un codice etico; <br />-        a incrementare nel prossimo triennio i crediti concessi alle Pmi  rispetto al biennio 2007-2008, con un aumento dell'ordine del 6 per cento medio  annuo per Bpi e del 7 per cento per Bpm; <br />-        a favorire i crediti assistiti dal Fondo centrale di garanzia per le  Pmi e a finanziare lo stesso: Bpi con uno stanziamento di 21,75 milioni di  euro, Bpm con 7,5 milioni; <br />-        a sospendere le rate dei mutui &ldquo;prima casa&rdquo; individuati dall'accordo  Abi-Mef per il periodo di un anno nel caso di Bpi, di diciotto mesi in quello  di Bpm.  <br /><br />Nessun altro dato &egrave; stato comunicato da Bpi, mentre Bpm si &egrave; limitata a  rendere nota la propria intenzione di proseguire negli impegni autonomamente  assunti a favore delle famiglie e delle Pmi.<br /> Rimangono quindi sconosciuti alcuni dati fondamentali come la scadenza dei  prestiti (ovvero se  sia prevista ed eventualmente entro quale data), il tasso  di interesse adottato fra le soluzioni contenute nel modello di prospetto  rilasciato dal ministero dell'Economia e delle Finanze. Inoltre, vengono  taciuti i criteri per la convertibilit&agrave; dei bond in azioni ordinarie, prevista  espressamente per la sola emissione di Bpi: non &egrave; dato sapere, in particolare,  quale sar&agrave; l'effettivo tasso di conversione. <br /><br />Sono tutti elementi che non possono essere taciuti, se non scontando il  problema di un'incertezza fra gli investitori che potrebbe finire per  ritorcersi contro le banche stesse, rischiando di contribuire a una loro sotto- capitalizzazione.<br /> Inoltre, e pi&ugrave; in generale, esiste un dovere &ldquo;morale&rdquo; di informazione per l&rsquo; utilizzo di denaro pubblico nella realizzazione delle operazioni e l'esigenza  di sottoporre al giudizio dei cittadini il comportamento delle banche in  assenza di strumenti legali o contrattuali che vincolino gli istituti  sovvenzionati a tenere tali condotte.  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">UNO STRUMENTO &ldquo;SPUNTATO&rdquo;</span><br />  Alla luce dell&rsquo;articolo 12 del cosiddetto decreto anticrisi, la  sottoscrizione dei Tremonti bond mira al perseguimento di due finalit&agrave;:  garantire un adeguato flusso di finanziamenti all&rsquo;economia e un corretto  livello di patrimonializzazione del sistema bancario. A ben vedere, gli interessi collettivi perseguiti &ndash; posti a fondamento dell&rsquo; autorizzazione del Mef alla sottoscrizione degli strumenti finanziari, anche in  deroga alle norme di contabilit&agrave; di Stato &ndash; sono da individuarsi pi&ugrave;  precisamente nell&rsquo;esigenza di far conseguire a imprese e famiglie determinati  benefici. <br /><br />Occorre quindi valutare quali siano gli strumenti e le modalit&agrave; previsti per  assicurare un simile risultato. A norma del comma 5 dell&rsquo;articolo 12, l&rsquo;impegno del Mef &egrave; condizionato a una  valutazione dell&rsquo;economicit&agrave; dell&rsquo;operazione nel suo complesso, alla  sottoscrizione di un protocollo di intenti da parte dell&rsquo;istituto di credito,  nonch&eacute; all&rsquo;adozione di un codice etico, con il quale debbono individuarsi, tra  l&rsquo;altro, soglie massime alla remunerazione dei vertici aziendali. Su protocollo, tuttavia, la legge si limita a statuire che l&rsquo;emittente dovr&agrave;  assumere una serie di impegni attinenti, segnatamente, &ldquo;al livello e alle  condizioni del credito da assicurare alle piccole e medie imprese e alle  famiglie, alle modalit&agrave; con le quali garantire adeguati livelli di liquidit&agrave; ai  creditori delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi,  anche attraverso lo sconto di crediti certi, senza nuovi o maggiori oneri per  la finanza pubblica, e a politiche dei dividendi coerenti con l&rsquo;esigenza di  mantenere adeguati livelli di patrimonializzazione&rdquo;. <br /><br />Con il decreto ministeriale del 25 febbraio 2009 si &egrave;, peraltro, stabilito  che il protocollo di intenti sia definito sulla base dell'accordo quadro tra il  Mef e l&rsquo;Abi, che contiene le linee guida per la stesura dei singoli protocolli  e del codice etico. Significativa &egrave; l&rsquo;affermazione di principio l&igrave; contenuta,  secondo cui l&rsquo;emittente deve impegnarsi a utilizzare le somme ottenute al fine  di finanziare le Pmi e le famiglie &ldquo;a condizioni che tengano conto delle  difficolt&agrave; che esse incontrano in questa fase congiunturale&rdquo;. Anche qui non si va oltre le affermazioni di principio: non vengono  individuati specifici impegni delle banche emittenti, ma ci si limita a dare  una serie di indicazioni molto generiche, lasciando sostanzialmente ai singoli  istituti di credito la definizione concreta delle misure da praticare a  famiglie e imprese.<br /><br /> Dal complesso di norme e &ldquo;raccomandazioni&rdquo;, si giunge alla conclusione che la  sottoscrizione da parte del Mef dei Tremonti bond &egrave; uno strumento &ldquo;spuntato&rdquo;. N&eacute; nella legge, n&eacute; tanto meno nei successivi atti ministeriali e negoziali  sono individuati, per un verso, precisi obblighi degli emittenti nei confronti  di famiglie e imprese, e, per l&rsquo;altro, le sanzioni per i casi di mancata  osservanza degli impegni individuati nei singoli protocolli di intenti. In altri termini, non paiono essere state individuate misure tali da  garantire l'effettivo conseguimento delle finalit&agrave; perseguite con la  sottoscrizione di quegli strumenti finanziari. Non soltanto, infatti, non si  sono previsti controlli pubblici sull&rsquo;osservanza del contenuto dei protocolli  di intenti sottoscritti dagli emittenti &ndash; presso le prefetture viene istituito  soltanto un osservatorio sulla concessione del credito &ndash; ma non sono state  neppure individuate delle clausole da recepire negli atti negoziali al fine di  assicurare che l&rsquo;emissione dei bond sia effettivamente indirizzata a beneficio  di coloro che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero essere i  destinatari ultimi dell&rsquo;intervento governativo.<br /><br /> Non sorprende, dunque, il contenuto dei comunicati stampa: in sede di  sottoscrizione del protocollo di intenti da parte delle banche non sono stati  assunti impegni pi&ugrave; precisi. Il documento sembra quindi confermare l&rsquo;estrema  genericit&agrave; degli obblighi e non &egrave; dato sapere in che modo il Mef potr&agrave;  garantire in concreto che gli istituti creditizi finanziati agiscano  effettivamente a beneficio delle famiglie e delle imprese. Si pu&ograve; discutere se  tale scelta sia giustificabile o meno con l'esigenza di vedere tutelata  l'autonomia gestionale dell'istituto: tuttavia non si pu&ograve; non rilevare,  dall'esame dell'insieme dei documenti disponibili, una forte ambiguit&agrave; fra i  fini pubblici dichiarati e la quasi totale assenza di strumenti per  conseguirli.<br /><br />   (1) Il protocollo tra ministero dell'Economia e Banco Popolare e il  comunicato stampa sull'emissione Bpi sono reperibili rispettivamente agli  indirizzi : <br />http://www.bancopopolare.it/dwn/news/1168-Cs%2080%20Banco%20Popolare% 20Firma%20Protocollo%20Tremonti%20bond.pdf <br />e <br />http://www.bancopopolare. it/dw/new/1187Cs%20116%20Emissione%20Strumenti%20a%20favore%20MEF.pdf.<br /><br /> Andrea Maltoni Marco Palmieri<br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">    A CURA DEL CIRCOLO<br /></div>
<div style="margin-left: 400px;"> PD DI VIA CREMA ROMA</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=440]]></link>
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	<dc:date>2009-11-16T07:41:22+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
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	<title><![CDATA[COME SI DISTRUGGE LA PAR CONDICIO]]></title>
	<description><![CDATA[Il progetto di legge parlamentare voluto direttamente  da Silvio Berlusconi e  trasferito dalla Camera al Senato (cio&egrave; dal primo proponente on. Abrignani al  secondo senatore A. Butti), tramite il viceministro Romani, soltanto nell&rsquo; intento di far prima e riuscire ad approvare la norma prima delle elezioni  regionali, deve esser chiamato con il suo nome giacch&egrave; non &egrave; la riforma della  par condicio televisiva ma soltanto la sua pratica distruzione. Naturalmente &egrave;  necessario ricordare che il presidente del Consiglio e leader del Popolo della  Libert&agrave; &egrave; presente quando e come vuole sulle reti pubbliche e private dei sette  canali televisivi presenti.<br /><br />  L&rsquo;ultima dimostrazione eloquente di una presenza strabordante e senza regole   &egrave; stata la sua ventesima visita in Abruzzo per consegnare alcune abitazioni ai  terremotati che &egrave; stata ripresa con oltre mezzora da Rai Uno nel pomeriggio di  qualche giorno fa senza contraddittorio alcuno n&eacute; domande degne di questo nome  da parte del conduttore della trasmissione &ldquo;La vita in diretta&rdquo;. E questa &egrave;  seguita solo  di qualche giorno alla sua irruzione improvvisa alla trasmissione  Ballar&ograve; in cui neppure il conduttore ha potuto di fatto replicare alle  affermazioni di Berlusconi.  E qui si coglie l&rsquo;impossibilit&agrave; di efficacia di qualsiasi altra legge in  presenza di un conflitto di interessi che &egrave; ancora  regolato da una legge  ridicola dell&rsquo;attuale ministro degli Esteri Frattini.  Una legge che ha costretto Berlusconi soltanto a lasciare la presidenza della  squadra di calcio del Milan, continuando allo stesso modo a controllare le sue  televisioni e il vasto impero editoriale e giornalistico che fa capo alla  Fininvest e alle aziende collegate (da il  Giornale di Feltri alla Mondadori ed  Einaudi).  <br /><br />Se non si affronta questo nodo e non lo si risolve,intervenire sull&rsquo;attuale  par condicio non ha nessun senso. Ma la cosa diventa ancora pi&ugrave; grave e assurda se, come si legge nel testo di  Abrignani (quello di Butti non &egrave; stato ancora pubblicato) l&rsquo;intento &egrave; quello di  dare un colpo di grazia alle opposizioni, che siano o no presenti in  parlamento. Il progetto, infatti, intende riservare alle forze non presenti in parlamento  un diritto di tribuna ridicolo che non supera il dieci per cento delle presenze  nelle trasmissioni.  Quanto alle altre le percentuali non sarebbero pari come &egrave; stabilito nell&rsquo; attuale legislazione ma sarebbero invece  regolate in maniera proporzionale dal  punto di vista  quantitativo sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni  lasciando quindi lo spazio maggiore ai rappresentanti del Popolo della Libert&agrave;  e quindi in maniera decrescente al Partito Democratico, alla Lega Nord e quindi  all&rsquo;Italia dei Valori. <br /><br />Questo significherebbe aumentare a dismisura quello che &egrave; attualmente gi&agrave; la  maggior presenza del partito portando a un ulteriore predominio di Berlusconi  nelle reti televisive pubbliche e private.  Se poi si arrivasse anche agli spot a pagamento (capitolo su cui non &egrave; ancora  chiara la volont&agrave; dei proponenti) si potrebbe arrivare a un ulteriore  squilibrio dovuto alla grande ricchezza di Berlusconi e alla  minor ricchezza  di tutte gli altri competitori.  Insomma arriveremmo a una situazione ancora peggiore di quella attuale che &egrave;  gi&agrave; antidemocratica proprio a causa del conflitto di interessi. <br /><br />E&rsquo; possibile sperare che le opposizioni parlamentari (anche quelle presenti  nella societ&agrave; ma non in parlamento) si preparino a fare le barricate per  impedire questo nuovo progetto berlusconiano? Un progetto che segue al disegno  di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche e a molte altre leggi  anticostituzionali approvate in questo ultimo anno e mezzo. E&rsquo; un&rsquo;interrogativo che non soltanto i giornalisti ma tutti gli italiani  democratici dovrebbero porsi per impedire che anche da questo punto di vista la  nostra costituzione repubblicana sia del tutto svuotata dei suoi pi&ugrave; importanti  principi. <br /><br />Nicola Tranfaglia<br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">     A CURA DEL CIRCOLO PD <br /></div>
<div style="margin-left: 400px;">DI VIA CREMA ROMA</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=439]]></link>
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	<dc:date>2009-11-15T07:38:53+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
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<item>
	<title><![CDATA[LA MIA GENERAZIONE NON MERITA QUESTA COSTITUZIONE]]></title>
	<description><![CDATA[Lo so, il titolo di quest&rsquo;articolo pu&ograve; sembrare un po&rsquo; traumatico, ammetto  che in parte vorrei lanciare una provocazione ma questo giudizio non &egrave;  totalmente privo di fondamento. Sono arrivato a questa amara considerazione incrociando alcuni elementi con i  quali mi sono imbattuto nell&rsquo;arco degli ultimi giorni. Primo elemento: i dati ISTAT sull&rsquo;occupazione giovanile. Dal rilevamento dell&rsquo; ISTAT risulta chiaramente che i giovani stanno pagando il prezzo pi&ugrave; alto della  crisi economica, sia perch&eacute; sono i primi ad essere espulsi dal mercato del  lavoro sia perch&eacute; trovano sempre pi&ugrave; difficolt&agrave; in ingresso. Inoltre l&rsquo;ISTAT  rileva che tale gap generazionale non &egrave; pi&ugrave; un&rsquo;esclusiva peculiarit&agrave; delle  Regioni del Mezzogiorno d&rsquo;Italia ma sta stabilmente e inesorabilmente risalendo  la penisola. Secondo elemento. La settimana scorsa la Fondazione di Vittorio e il CRS  (Centro Riforme dello Stato) hanno promosso un interessante sessione di studi  sulle lotte operaie del 1969, prodromiche all&rsquo;approvazione dello Statuto dei  diritti e dei doveri delle lavoratrici e dei lavoratori.<br /><br /> Tra tutte le cose che  ho ascoltato (e imparato) c&rsquo;&egrave; stata una constatazione che mi ha fatto  particolarmente riflettere, ovvero che la stragrande maggioranza dei  protagonisti di quelle lotte erano persone che avevano a mala pena la quinta  elementare. Terzo elemento. Gira su youtube un pezzo tratto da &ldquo;Mai dire Grande  Fratello&rdquo;, noto programma satirico della Gialappa&rsquo;s band, nel quale vengono  fatte vedere le selezioni per il Grande Fratello. Ovviamente gli aspiranti sono  tutti giovani e giovanissimi, tra questi ve ne sono alcuni che dicono di  lavorare in un bar come barristi con due &ldquo;r&rdquo;, ma il pi&ugrave; sconvolgente &egrave; un  ragazzetto che ci offre il seguente spelling di Londra: L&rsquo;ondra. Sono tre fattori estremamente eterogenei fra di loro ma ho voluto comunque  &ldquo;scecherarli&rdquo; e sono giunto all&rsquo;amara conclusione che la mia generazione,  per  capirci, tutti quelli che hanno meno di 35 anni, non &egrave; all&rsquo;altezza di ci&ograve; che  la Costituzione repubblicana prevede in materia di lavoro. Cercher&ograve; di spiegare brevemente perch&eacute; esprimo un giudizio cos&igrave; pesante. Intanto partirei da quanto afferma la Costituzione in materia di lavoro.  Partendo dall&rsquo;articolo 1, in forza del quale &ldquo;l&rsquo;Italia &egrave; una Repubblica  democratica fondata sul lavoro&rdquo;, si passa all&rsquo;articolo 4 della Costituzione che  afferma: &ldquo;La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e  promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha  il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilit&agrave; e la propria scelta,  un'attivit&agrave; o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale  della societ&agrave;&rdquo; per poi arrivare all&rsquo;articolo 35 in base al quale  &ldquo;La  Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni&rdquo; e infine  concludere con l&rsquo;articolo 36  il quale stabilisce che &ldquo;Il lavoratore ha diritto  ad una retribuzione proporzionata alla quantit&agrave; e qualit&agrave; del suo lavoro e in  ogni caso sufficiente ad assicurare a s&eacute; e alla famiglia un'esistenza libera e  dignitosa&rdquo;. <br /><br />Certamente dalla lettura d&rsquo;insieme di queste norme costituzionali si evince  uno scenario oggettivamente distante dalle condizioni materiali della  stragrande maggioranza dei giovani lavoratori o in cerca di prima occupazione. I dati dell&rsquo;ISTAT null&rsquo;altro fanno se non confermare quanto &egrave; possibile  comprendere semplicemente ascoltando le storie quotidiane di giovani lavoratori  subordinati o fintamente parasubordinati abbandonati alla deriva della  precariet&agrave;, di giovani che tentano di costruirsi una libera professione di  fronte a ordini professionali che sempre pi&ugrave; chiudono le porte d&rsquo;ingresso a  coloro che non sono ancora dentro la corporazione, di giovani che vorrebbero  avviare un&rsquo;attivit&agrave; d&rsquo;impresa ma non riescono ad accedere al credito. Insomma  di fronte ad uno scenario del genere, di fronte all&rsquo;oggettiva difficolt&agrave; di  prefigurarsi un futuro minimamente dignitoso ci dovrebbe essere un minimo di  protesta. <br /><br />E invece nulla si muove, o peggio ancora ci&ograve; che si muove &egrave;  &ldquo;compartimentato&rdquo; alla specifica rivendicazione di categoria, gli insegnanti  precari protestano per gli insegnanti precari, i praticanti avvocati o  aspiranti tali si preoccupano di fronte all&rsquo;ipotesi di riforma dell&rsquo;accesso  alla professione legale, i ricercatori universitari si battono per i  ricercatori universitari, i lavoratori dei call center si battono per i loro  colleghi e cos&igrave; via, mancando del tutto una rivendicazione che unisca a  prescindere dal lavoro o dalla professione che si ha, una rivendicazione che   parta dalle comuni condizioni materiali di difficolt&agrave;.  Eppure siamo una generazione con un livello di istruzione particolarmente  elevato, sono pochissimi coloro che hanno solamente la licenzia media, la quasi  totalit&agrave; ha ottenuto un diploma di scuola superiore, molti hanno intrapreso un  percorso di studi universitari e tra coloro che hanno ottenuto la laurea  diversi hanno intrapreso percorsi di specializzazione post laurea. <br /><br />Pertanto la  nostra &egrave; una generazione con un buon livello di istruzione, e da che mondo e  mondo un buon livello di istruzione dovrebbe aiutare ad avere una maggiore  consapevolezza dei propri diritti, e invece non &egrave; cos&igrave;. Anche i pi&ugrave; sensibili,  i pi&ugrave; battaglieri, i pi&ugrave; indignati si fermano ad una statica rivendicazione di  diritti e di rappresentanza senza per&ograve; riuscire a bucare il confine del proprio  ambito di interesse, senza costruire quelle concrete interconnessioni tra  lavoratori o aspiranti tali capaci di trasformare la frustrazione di una  generazione in motore positivo e propulsivo di un cambiamento radicale della  nostra societ&agrave; fondata su un sostanziale squilibrio dell&rsquo;attuale bilancia  sociale. Il punto &egrave; proprio questo, al di l&agrave; dei proclami e delle facili parole  piene di retorica, l&rsquo;unica battaglia che i lavoratori precari, i giovani liberi  professionisti e i giovani lavoratori autonomi potrebbero intraprendere  dovrebbe puntare ad un radicale rovesciamento dei meccanismi di distribuzione  delle risorse pubbliche introducendo elementi di disuguaglianza positiva posti  in essere allo scopo di ripristinare l&rsquo;uguaglianza sostanziale cos&igrave; come  postulata nell&rsquo;articolo 3 della Costituzione.<br /><br /> Cosa me ne faccio io giovane  lavoratore precario dell&rsquo;uguaglianza formale se poi non sono nelle condizioni  minime di dignit&agrave; materiale per poter costruire una famiglia, affittare una  casa, avviare un attivit&agrave; autonoma o accedere ad una professione? Certamente quel ragazzo che desiderava entrare nella casa del Grande Fratello  non si pone tutte queste domande. Ci&ograve; che di lui ci colpisce non &egrave; tanto l&rsquo; errore grammaticale o lo spelling errato di una parola, ma piuttosto la totale  mancanza di consapevolezza del furto di presente (e non di futuro) che il suo  Paese sta perpetrando ai suoi danni.<br /><br /> Mattia Stella <br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">    A CURA DEL CIRCOLO PD<br /></div>
<div style="margin-left: 400px;"> DI VIA CREMA ROMA</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=438]]></link>
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	<dc:date>2009-11-14T08:36:11+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
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	<title><![CDATA[E' INIZIATA LA GUERRA DI SUCCESSIONE TRA FINI E BERLUSCONI?]]></title>
	<description><![CDATA[da Dazebao News <br /><br /> La guerra di successione dunque &egrave; cominciata? Manca la dichiarazione formale,  ma se si vuol dare credito all&rsquo;intuito di Vittorio Feltri (e ci sono ottime  ragioni per farlo) il titolo del Giornale di ieri non lasciava spazio ai dubbi:  &laquo;Le manovre oscure della politica: Napolitano e Fini osteggiano Silvio&raquo;. Pi&ugrave;  chiari di cos&igrave;! Stavolta, diversamente dal caso Boffo, sar&agrave; difficile  attribuire tanta asprezza di toni solo a una libera scelta editoriale. A quanto  pare a Palazzo Grazioli Fini &egrave; vissuto oggi come uno sfidante (participio  presente) al trono, non pi&ugrave; come un inquieto aspirante alla successione, alla  Tremonti. La rappacificazione della scorsa settimana era solo una tregua  obbligata, un&rsquo;alleanza provvisoria per mettere il morso a chi scalpita troppo,  a quel Tremonti appunto che gi&agrave; ha accentrato in s&eacute; tutta la politica economica  del governo e ora tenta pure la scalata verso la vicepresidenza del consiglio.  Bloccato il passo al ministro dell&rsquo;economia la coalizione di interessi si &egrave;  subito esaurita. <br /><br /> I segnali della tempesta del resto avevano spesso oscurato il cielo estivo.  Le scaramucce dei giornali vicini al Premier contro il Fini &laquo;compagno&raquo; ( a  causa delle sue opinioni &laquo;integrazioniste&raquo; sull&rsquo;immigrazione e contrarie allo  stato etico) e le accuse di voler soffiare a Berlusconi il Quirinale potevano  essere giudicate malaccorte e poco lungimiranti. Nel mondo occidentale , la  Destra la pensa come Fini, non come Bossi, e poi &egrave; difficile pensare che la  presidenza della Repubblica possa far gola a chi &egrave; un &laquo;professionista della  politica&raquo; da cent&rsquo;anni e non ne ha ancora compiuti sessanta. Ma il colpo di  cannone sparato da Fini agli inizi di settembre al seminario del Popolo della  Libert&agrave; di Gubbio proprio in direzione del presidente del Consiglio, quello s&igrave;  aveva scavato il fossato: quell&rsquo;invito ai magistrati ad andare avanti con le  inchieste sulla mafia era parso agli uomini del premier un fuor d&rsquo;opera, quasi  una dissociazione nei confronti del Berlusconi vittima delle persecuzioni  giudiziarie. La frittata era fatta.  <br /><br />Ora il Giornale descrive un&rsquo;azione coordinata fra Napolitano e Fini per  bloccare le iniziative legislative del Governo (in primis quelle sulla  giustizia, ovviamente) e costringere Berlusconi alle dimissioni. Sullo sfondo,  a creare l&rsquo;atmosfera cupa di Halloween, la ripresa del processo Mills a carico  del premier, per non dire dei &laquo;nuovi&raquo; pentiti di mafia. Ed ecco che a qualcuno  nei dintorni di Palazzo Grazioli dev&rsquo;essere venuta l&rsquo;idea di stanare il  presidente della Camera e di costringerlo a uscire allo scoperto quando ancora  non pu&ograve; giocare tutte le sue carte.  <br /><br />Che far&agrave; Fini di fronte a questa nuova campagna editoriale? Certo, la  dichiarazione di guerra &egrave; indiretta e unilaterale, ma come sottrarsi pi&ugrave; a  lungo allo scontro finale con Berlusconi? Possibile che sia gi&agrave; arrivata l&rsquo;ora  fatidica? Uccidere il padre non &egrave; mai facile, e poi &egrave; proprio necessario? &Egrave;  vero che per Sarkozy farsi strada ha voluto dire spingere nel fosso Chirac, ma  a suo tempo anche Pompidou dovette subire le campagne denigratorie dei  sostenitori del Generale eppure alla fine la successione non fu traumatica;  certo per&ograve; rinviare rinviare e fare la fine di Gordon Brown.  <br /><br />Perch&eacute; , almeno questo &egrave; chiaro a tutti, se il duello si apre, avr&agrave;, come  posta, non pi&ugrave;, come finora, il bilanciamento delle forze fra le diverse  componenti del Centrodestra, ma la leadership vera e propria. Chi vince vince  molto, chi perde perde tutto.  <br /><br />Immagino che Fini si sottrarrebbe volentieri a questo scenario. Da una parte  non pu&ograve; forzare l&rsquo;attacco al punto da indebolire Berlusconi davanti ai nemici  esterni, Repubblica e &laquo;magistratura rossa&raquo; in particolare, perch&eacute;, di fronte  all&rsquo;elettorato del Pdl, la sua immagine ne risulterebbe irrimediabilmente  danneggiata (come accadde a suo tempo a Claudio Martelli, eterno delfino di  Craxi); dall&rsquo;altra per&ograve; sente avvicinarsi i tamburi di guerra dell&rsquo;esercito  centrista che Casini e Rutelli vanno allestendo in vista di quello che  ritengono, o si illudono, possa essere la sorte del Pdl dopo Berlusconi: l&rsquo; esplosione dello scontro fra le fazioni, i dissensi che si trasformano in  scissioni, la ricomposizione del sistema nelle coordinate pi&ugrave; tradizionali di  una sinistra socialdemocratica su un versante e di un centrodestra a forte  impronta cattolica sull&rsquo;altro. &Egrave; un&rsquo;operazione alla quale, nonostante i soliti  sospetti, Fini non potr&agrave; mai partecipare. La sua matrice di politico moderato &egrave;  tutta nel percorso che da An e Forza Italia ha portato alla nascita del Pdl, la  sua credibilit&agrave;, e il suo destino sono l&igrave;. <br /><br />
<div style="margin-left: 400px;">   A CURA DEL CIRCOLO PD <br /></div>
<div style="margin-left: 400px;">DI VIA CREMA ROMA </div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.pdviacrema.net/dblog/articolo.asp?articolo=435]]></link>
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	<dc:date>2009-11-08T09:56:18+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Karter</dc:creator>
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