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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Quanti sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane? Nel nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli immigrati che lavoravano nel settore agricolo si contavano in 102 mila unità. Erano 23 mila dieci anni prima e oggi raggiungono le 172 mila unità. In Calabria erano meno di un migliaio 20 anni fa e sono arrivati a 9 mila. In Puglia da 6 mila sono passati nel ventennio a circa 26 mila. Gli incrementi più consistenti si sono verificati nelle regioni del Centro e del Nord, dove si sono decuplicati. Oggi in Lombardia sono 17 mila, in Veneto 19 mila, nel Trentino 15 mila, in Emilia Romagna 18 mila, in Toscana 10 mila, nel Lazio 6 mila. Ma questi sono i risultati di un’indagine dell’INEA (2009) che ha potuto elaborare solo dati ufficiali. Non sono considerati i tanti immigrati irregolari che spesso vengono sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da incubo, alla mercè di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro ma la vita dei nuovi schiavi. Questi, infatti, negli ultimi anni spesso sono scomparsi nel nulla o sono morti in circostanze misteriose. I giornali ne hanno parlato nella cronaca nera ma il giorno dopo si è voltato pagina.
Nel Rapporto di Medici Senza Frontiere (2007) si dice senza mezzi termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalità e ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione irregolare. Da una parte si registrano misure di contenimento del fenomeno migratorio con politiche dal pugno di ferro tese a combattere la clandestinità a difesa della legalità. Dall’altra le stesse istituzioni nazionali e locali si tappano occhi, orecchie e bocche dinanzi al massiccio sfruttamento di stranieri nelle produzioni agricole del Meridione perché necessari al sostentamento delle economie locali. L’utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati. I sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono”. E’ una denuncia che proviene da chi frequenta quei luoghi e cerca in solitudine di bagnare le labbra assetate di quei poveri cristi.
Nelle pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non più soltanto africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla più grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni. I nuovi braccianti non sono più le donne e gli uomini dei paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego più stabile in altri settori e in altre regioni europee. E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di lavoro”, dove i diritti minimi e ogni forma di ragionevolezza sono soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare, manipolare, violentare, sopprimere. Riempiendosi di questi “campi” fuori dalla legge, le campagne meridionali non sono regredite nell’Italia contadina di una volta, come potrebbe apparire ad un osservatore frettoloso, ma sono state catapultate nella postmodernità più cruenta, verso un grado di sfruttamento di quella “nuda vita” quasi totalitario, che gli stessi caporali vissuti ai tempi di Di Vittorio avrebbero faticato a ideare.
Gli atti di efferata aggressività, compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la schiavitù diventa intollerabile. E come ci ha spiegato Antonio Cisterna, sostituto procuratore Antimafia, “quando la gente si è sentita aggredita, si è rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire per non perdere la faccia”. Sicché, alcune squadracce di giovani caporali sono stati inviati per incutere terrore.
Ma la jacquerie potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perché vicende come quella calabrese sono, in realtà, sedimenti di storia. Si tratta di una violenza irrisolta che ritorna ad esplodere in forme marcatamente diverse dal passato ma che trova linfa in comuni radici. E’ un’onda lunga che riaffiora. E siccome noi tutti – come ammonisce Alessandro Leogrande nel suo libro-inchiesta “Uomini e caporali” (2008) - chi per un verso e chi per un altro, veniamo da quella storia, conviene che insieme dipaniamo questi fili invisibili che portano alle matasse aggrovigliate del passato.
Nei primi anni Venti e alla fine degli anni Quaranta, gli agricoltori aggredivano di persona o facevano massacrare braccianti e contadini senza terra spinti dal timore di perdere i propri possedimenti. Tornando dal fronte affamati di un pezzo di terra dove ricominciare una vita degna di essere vissuta, i cafoni costituivano agli occhi di tanti proprietari terrieri, o di massari e fittavoli che si ingegnavano a diventarlo, una minaccia ineluttabile per la sicurezza dei loro beni. E le frequenti occupazioni di terre di proprietà privata, spesso condotte in forme spontanee e anarcoidi fuori dal controllo dei partiti di sinistra e dei sindacati, venivano percepite come prepotenze ingiustificate e finivano per alimentare odio e rancore. Si sono così ulteriormente forgiate relazioni sociali che si manifestano solo con la violenza e l’aggressività specie nei periodi in cui le insicurezze si allargano a macchia d’olio.
Forse non è la miseria il principale retaggio del passato, ma la disumanità delle relazioni e la bestialità della sopraffazione. E’ la violenza quando non riesce ad essere contenuta da comportamenti improntati ai valori della reciprocità e della gratuità, che pure affondano le proprie radici nel mondo rurale. E’ per questo che, nelle fasi più acute dei conflitti sociali del secolo scorso, quando la violenza non ha trovato canali di sbocco nella costruzione di organizzazioni sociali affidabili e di processi politici volti ad incivilire le contese, essa ha lasciato spazio ad involuzioni autoritarie. Quando viceversa, come nel secondo Dopoguerra, la violenza diffusa nelle campagne è stata incanalata dai partiti di massa nelle lotte per la democrazia, essa ha lasciato il campo al rigenerarsi di quei valori di mutuo aiuto e di solidarietà del mondo contadino che hanno potuto permeare le relazioni sociali nei decenni successivi.
Oggi tutto questo pare essere scomparso di nuovo. E nell’acuirsi dei conflitti sociali di un’Italia multietnica e multiculturale, nelle campagne meridionali non solo sono venute a mancare le lotte ma brillano per la loro assenza i partiti e le organizzazioni sociali. E vanno via i giovani, alcuni perché non trovano opportunità di impiego in dinamiche economiche sganciate dalle risorse territoriali, altri perché rinunciano ad avviare nuovi percorsi. E tutto è lasciato al degrado con l’arrivo di nuovi “cafoni”, nuovi “bravi” e nuovi signori feudali che stabiliscono la posta in gioco in territori ormai privi di comunità.
Forse solo un processo di ricomposizione dei legami comunitari nelle campagne, che veda protagoniste leve di giovani autoctoni e di giovani stranieri in nuove attività economiche legate ad un'agricoltura che produce contestualmente beni alimentari e servizi alla persona e in grado di ritessere le trame sociali di mutuo aiuto e di gratuità, potrebbe permettere al nostro Mezzogiorno di affrancarsi dagli atavici venti di violenza che soffiano impetuosi nelle sue lande e di produrre un’innovazione che si innesti sulle radici migliori della tradizione. Tale processo non si avvia spontaneamente, ma solo se nascono nuovi movimenti, nuovi partiti e nuove organizzazioni sociali che si assumono il ruolo di promuoverlo. E' per questo che, dopo i fatti di Rosarno, dobbiamo rimettere al centro dell'iniziativa politica e sociale il Mezzogiorno e i giovani, le due priorità che ci ha indicato Giorgio Napolitano la sera di S. Silvestro. Aggiungendo, dopo i tristi eventi calabresi, una terza priorità che il presidente ha tralasciato: l’agricoltura. Su questi tre temi prioritari dobbiamo elaborare obiettivi concreti su cui costruire movimenti che durino, progetti che innestino percorsi reali di sviluppo e di cambiamento.
Alfonso Pascale
Quale PAC vogliamo dopo il 2013? Quest’anno si avvierà il negoziato sulle scelte strategiche e di bilancio dell’Unione Europea. E’ alle nostre spalle la fase di stasi del processo di costruzione dell’Europa, che si è conclusa con l’entrata in vigore, il 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona e il rinnovo della Commissione. E adesso i riflettori sono puntati sul 2013, quando volgerà al termine l’attuale programmazione delle politiche comuni e partirà quella successiva. La fase che si apre potrà essere un’occasione importante per costruire un’Unione Europea più efficace, in grado di assicurarsi e conservare il sostegno dei suoi cittadini e che ponga al centro le persone e le comunità. E’ auspicabile che il dibattito sulle priorità dell’Unione non si limiti solo agli aspetti finanziari ma investa direttamente anche i contenuti delle politiche, a partire da una nuova Politica Agricola Comune (PAC) in linea con le domande che i cittadini europei rivolgono oggi all’agricoltura e ai territori rurali, che sono giacimenti di valori sociali, culturali e ambientali irrinunciabili. Se si vuole che l’Europa faccia scelte oculate, è necessario che la discussione sul futuro della PAC esca dai circoli agricoli e coinvolga l’opinione pubblica. La “provocazione” di un gruppo di economisti agrari europeiUn contributo ad un dibattito di più ampio respiro è stato recentemente fornito da un gruppo di economisti agrari europei, che ha diffuso la dichiarazione “Una Politica Agricola Comune per la produzione di beni pubblici europei”. Si tratta di una presa di posizione per un verso provocatoria, ma per l’altro chiara e coerente nella sua impostazione, che smuove finalmente le acque in un dibattito tutto interno al settore agricolo e segnato da un diffuso atteggiamento conservatore. Nel suddetto documento si riconosce che il passaggio - realizzato con le riforme succedutesi dal 1992 in poi - dai meccanismi di sostegno dei prezzi al Pagamento Unico Aziendale (PUA) diretto agli agricoltori e disaccoppiato dalla produzione ha ridotto gli effetti negativi della PAC. Oggi vi sono minori distorsioni nell’agricoltura europea ed in quella mondiale e gli agricoltori poveri dei paesi in via di sviluppo subiscono minori danni dalle nostre politiche protezionistiche. Ma si aggiunge anche che il PUA determina benefici fortemente ineguali tra i Paesi membri e tra gli agricoltori, senza peraltro conseguire nessun obiettivo chiaro in termini di distribuzione del reddito, sviluppo rurale o protezione dell’ambiente. Inoltre, gli strumenti di sostegno dei prezzi della vecchia PAC, che ancora sopravvivono, continuano a costituire un problema per i partner commerciali dell’UE, indebolendo la posizione negoziale dell’UE nel suo tentativo di smantellare le politiche eccessivamente protezionistiche su scala globale e di assicurare una conclusione positiva del Doha round. Il gruppo di economisti agrari propone, dunque, che l’Europa continui ad avere una politica agricola ma a condizione che sia finalizzata al raggiungimento di obiettivi più generali e, in particolare, solo nei casi in cui gli effetti dell’intervento pubblico comunitario si estendano al di là dei confini nazionali. In tutte le altre situazioni le politiche dovrebbero essere coerenti con il principio della sussidiarietà. Nel passare poi in rassegna gli obiettivi della PAC, gli estensori della presa di posizione mettono in discussione gran parte di quelli perseguiti finora. Si afferma, infatti, che il modo migliore di realizzare l’obiettivo dell’efficienza economica e della competitività del settore agricolo non è attraverso l’intervento pubblico ma mediante mercati ben funzionanti. Inoltre, la sicurezza alimentare dell’UE non sarebbe oggi in discussione perché ci troviamo in un’area del mondo che ha il potere d’acquisto necessario ad approvvigionarsi sui mercati mondiali, anche quando i prezzi mondiali sono alti. E il modo migliore per aiutare le famiglie povere, quando sono colpite durante periodi di prezzi alti, è il ricorso alle politiche di welfare e non alle sovvenzioni all’agricoltura. Per quanto riguarda infine l’obiettivo di una più equa distribuzione dei redditi agricoli, lo strumento più efficace per affrontare il problema delle disparità ancora esistenti in diverse regioni rurali non sarebbero i sussidi all’agricoltura ma forme dirette di intervento sociale. In effetti, se il sostegno pubblico resta legato alla produzione agricola o alla proprietà della terra, com’è attualmente, agricoltori e proprietari terrieri non poveri raccoglieranno gran parte degli aiuti, mentre i poveri saranno penalizzati. Gli aiuti pubblici derivanti da altre politiche dovrebbero, invece, essere mirati verso le famiglie con un reddito basso, indipendentemente dal settore in cui i loro membri lavorano. Nel documento si sostiene, infine, che si potrebbe prendere in considerazione solo l’obiettivo di accrescere la capacità degli agricoltori di produrre beni pubblici. Tuttavia, non tutti i beni pubblici giustificherebbero un intervento da parte dell’UE, ma solo quelli che hanno valenza globale, cioè arrecano benefici oltre i confini nazionali. In sostanza, a parere del gruppo europeo di economisti agrari, la PAC del futuro dovrebbe promuovere esclusivamente beni pubblici. La risposta del Copa-CogecaA questa presa di posizione si è immediatamente contrapposto il Copa-Cogeca, che rappresenta le organizzazioni professionali e cooperative dell’agricoltura a livello europeo, chiedendo di confermare la PAC così com’è. La tesi di queste organizzazioni è che i prodotti alimentari costituirebbero uno strumento strategico per il controllo del pianeta e che, pertanto, sarebbe inopportuno rinunciare al PUA e indebolire ulteriormente gli strumenti di gestione del mercato, poiché gli agricoltori avrebbero bisogno di un quadro stabile per pianificare in anticipo i loro investimenti e assicurare un approvvigionamento alimentare costante. La posizione di Paolo De CastroNel dibattito è intervenuto anche il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Paolo De Castro, che ha riconosciuto l’esigenza di un aggiornamento della PAC, ma ha manifestato sostanzialmente la propria contrarietà alle tesi del gruppo europeo di economisti agrari. Il motivo di fondo di tale avversione è che gli shock di prezzo come quelli registrati in anni recenti, da un parte, minacciano la capacità di accesso al cibo della maggior parte della popolazione mondiale; dall’altra, rischiano di generare, specialmente in economie agricole come quelle in Europa, un processo diffuso di chiusura di aziende agricole, che è difficile da invertire. E questa situazione, senza una PAC che conservi l’attuale impianto, avrebbe come effetto l’impoverimento del ruolo sociale ed ambientale dell’agricoltura. Da qui la proposta del presidente della Comagri del Parlamento Europeo di continuare a ridurre progressivamente gli interventi di protezione del mercato e di sostegno ai prezzi, ma nello stesso di garantire la possibilità di attivare misure tempestive e appropriate per proteggere gli agricoltori dagli shock di produzione e di prezzo. Si tratterebbe per De Castro di confermare il PUA nella sua attuale configurazione, legandolo più strettamente al comportamento degli agricoltori e ai servizi pubblici da essi creati e non più al valore storico dei premi. Infine, De Castro rigetta l’ipotesi della parziale rinazionalizzazione della PAC, contenuta nella presa di posizione degli economisti agrari, poiché tale prospettiva, pur in presenza di intense forme di controllo e regolamentazione, potrebbe produrre un livello di distorsione tale da penalizzare alcuni paesi e da creare una disparità nell’intensità di intervento. In sostanza, l’unico punto su cui tutti paiono concordare è la possibilità di promuovere e sostenere, nell’ambito della PAC del futuro, l’accesso degli agricoltori ai moderni strumenti di gestione del rischio nel caso di shock di prezzo. E’ innegabile l’esigenza di formulare nuovi obiettivi per la PACLa mia opinione è che il gruppo di economisti agrari ha perfettamente ragione nel ritenere che la sicurezza alimentare non costituisca un problema per l’Europa e che i suoi cittadini siano in media abbastanza ricchi per approvvigionarsi sui mercati mondiali, anche quando i prezzi mondiali sono alti. Questo dato di fatto già si riscontrava agli inizi degli anni Ottanta ed ha permesso all’Europa di procedere alla progressiva riduzione della protezione dei mercati e del sostegno dei prezzi per concorrere a far fronte alle distorsioni dei mercati mondiali. Da questa angolatura, la situazione non si è modificata nell’ultimo periodo e, dunque, non si giustifica il mantenimento di aiuti distribuiti a pioggia agli agricoltori finalizzati a garantirci come europei un livello elevato di autoapprovvigionamento alimentare. Sono, invece, aumentati e sempre più aumenteranno gli shock di prezzo; e l’Unione europea non potrà, dunque, ignorare i problemi reali che prezzi bassi determinano. Occorrerebbe non solo promuovere nuovi strumenti di gestione del rischio, come tutti concordano di introdurre nella prossima riforma della PAC, ma prevedere anche reti di sicurezza contro la contrazione dei redditi degli agricoltori, per fronteggiare cadute dei prezzi mondiali di natura eccezionale. Ritenere, tuttavia, che questa esigenza si possa soddisfare conservando il PUA è come voler curare il mal di denti, che fortunatamente si verifica solo ogni tanto, con dosi quotidiane di analgesico da assumere per tutta la vita con effetti collaterali perniciosi e dispendiosi per sé e per la collettività. Questo aspetto relativo all’efficacia degli strumenti per fronteggiare le cadute dei prezzi, che si verificano in via eccezionale, potrebbe essere ulteriormente approfondito dal gruppo di economisti agrari per offrire ipotesi di interventi più particolareggiate, dal momento che essi medesimi riconoscono l’esistenza di questo problema. Per quanto riguarda i due obiettivi dell’efficienza economica e della competitività delle imprese, per un verso, e della redistribuzione del reddito tra gli agricoltori e i territori, per l’altro, anch’io ritengo che non si debbano perseguire più in una logica settoriale ma nell’ambito di politiche di sviluppo e coesione che affrontino orizzontalmente tali problemi nei diversi territori. Del resto, l’esperienza della PAC come politica di welfare in senso redistributivo è stata del tutto deludente in questi decenni. Sono convinto che lo sviluppo rurale non debba più essere una politica per l’agricoltura ma vada integrato effettivamente nelle altre politiche territoriali unificando i relativi fondi, che interverrebbero così verso tutte le strutture produttive comprese quelle agricole, e rafforzando la parte relativa agli interventi sociali da dirottare anche verso i territori rurali. E’ nell’insieme di queste politiche che si dovranno garantire priorità e maggiori risorse per i giovani e per le aree più svantaggiate dell’Unione. D’altronde, l’esperienza di questi anni dimostra che le politiche di sviluppo e coesione richiedono apparati burocratico-amministrativi disponibili ad assolvere ruoli proattivi, e non solo di controllo, e che l’aver tenuto insieme le competenze nelle materie agricoltura e sviluppo rurale non solo non ha affatto garantito un approccio più proattivo da parte delle strutture pubbliche, ma ha contribuito anche alla separatezza degli specialismi e dei settori. Resta l’obiettivo della promozione di beni pubblici prodotti dall’agricoltura, come grande opzione di una PAC più efficace e più gradita alla maggioranza dei cittadini e ai soggetti più innovativi che operano in agricoltura. Anch’io sono convinto che questa impostazione sia la più praticabile per ottenere una riforma rispondente alle necessità dell’Europa a patto, però, che si approfondisca come estendere l’approccio ai beni pubblici a tutti quei beni e servizi che si legano, in modo inestricabile, sia alle nuove sfide ambientali sia al bisogno di preservare le risorse umane, il capitale sociale e il senso di comunità dell’agricoltura come valori indispensabili per umanizzare la società. E’ noto che i beni pubblici (common goods) sono beni o servizi che hanno un valore per la collettività ma necessitano di essere promossi dallo Stato per correggere i fallimenti del mercato. Il gruppo di economisti agrari include tra i servizi pubblici richiesti dai cittadini e forniti dagli agricoltori la lotta contro il cambiamento climatico, la conservazione della biodiversità, la protezione della fertilità dei suoli, la gestione delle risorse idriche, la conservazione del paesaggio, la salubrità degli alimenti, la salute degli animali e delle piante e indica tra questi anche, genericamente, lo sviluppo rurale. I suddetti beni e servizi rientrerebbero tra quelli che la PAC dovrebbe incentivare. Ritematizzare l’approccio ai beni pubbliciInvero, la multifunzionalità dell’agricoltura non riguarda soltanto la produzione di beni di tipo ambientale legati ai fallimenti del mercato, ma anche gli output multipli dei processi agro-zootecnici legati ad una diversa visione dei percorsi di creazione di benessere collettivo come quelli riscontrabili nell’agricoltura sociale. Siamo in questi casi in presenza di originali modelli produttivi, in cui la produzione di un bene alimentare e la produzione di un servizio sociale sono un tutt’uno – l’una cosa non si realizza senza l’altra – né più né meno di quanto avviene nel caso di una pratica produttiva agricola che produce conservazione di biodiversità. Siamo nell’ambito di costruzioni sociali in cui si sperimenta l’idea di legare la produzione di ricchezza economica e la produzione di ricchezza sociale, rompendo gli steccati tra specialismi e settori e rimescolando la separazione che caratterizza gli Stati moderni tra produzione privata della ricchezza economica e redistribuzione pubblica. Si tratta, dunque, di concepire i beni pubblici in un’ottica molto più ampia di quella in cui solitamente essi vengono tematizzati nel dibattito di politica economica, considerando il complesso dei valori sociali e ambientali prodotti dall’agricoltura. La PAC come contributo alla costruzione di un’Europa delle persone e delle comunitàLa PAC del futuro si potrebbe allora impiantare davvero - come asserito nella dichiarazione del gruppo di economisti agrari - su di un unico pilastro, eliminando, da una parte, il PUA ( attuale primo pilastro) e trasferendo, dall’altra, gli interventi di sviluppo rurale (quegli aspetti dell’attuale secondo pilastro non riconducibili alla promozione di beni pubblici) nelle altre politiche di sviluppo e coesione. Si tratta, in sostanza, di delineare meccanismi snelli ed efficaci volti ad incentivare attività agricole che producono beni e servizi di utilità pubblica nell’ambito sia della qualità alimentare che degli aspetti sociali e ambientali, salvaguardando il pluralismo dei soggetti agricoli e delle tipologie produttive, e di prevedere interventi che promuovono la gestione del rischio e proteggono gli agricoltori quando si verificano cadute dei prezzi. Nello stesso tempo, andrebbe offerta la disponibilità, nell’ambito del Doha round, ad una progressiva riduzione dei sussidi all’esportazione e di alcune tariffe all’importazione particolarmente elevate per contribuire a sbloccare il negoziato e pervenire rapidamente ad un accordo, che riduca ulteriormente i protezionismi delle politiche agricole e liberalizzi il commercio mondiale dei prodotti agricoli. Una riforma siffatta assicurerebbe alla PAC un consenso molto ampio dei cittadini europei e potrebbe più facilmente contribuire a sventare il rischio del ricorso ad una sua parziale rinazionalizzazione per spostare risorse finanziarie su altre politiche. Qui c’è un punto di netto dissenso nei confronti della nota degli economisti agrari che mi sento di condividere con De Castro. In presenza di una PAC che individui correttamente e promuova beni e servizi sociali, ambientali e riferiti alla qualità alimentare, richiesti dai cittadini europei e prodotti effettivamente dall’agricoltura, è del tutto ragionevole che l’incentivazione della loro produzione sia assicurata totalmente dal bilancio dell’Unione. Perché le istituzioni europee dovrebbero rinunciare ad una politica che promuove beni per tutti e soprattutto contribuisce alla costruzione di un’Europa che abbia al centro le persone e le comunità? Alfonso Pascale Link utili: http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=516 http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=529http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=552http://www.reformthecap.eu/posts/declaration-on-cap-reform
Acqua, spazzatura, trasporto locale. Il “decreto Ronchi” privatizza senza liberalizzare. Occhio alle deroghe, che saranno la vera ossatura del provvedimento: e permettono di svendere quote di beni pubblici a trattativa privata. di Bernardo Pizzetti Da Sbilanciamoci.info La riforma dei servizi pubblici locali approvata dal Parlamento costituisce una ingiustificata accelerazione verso la sostanziale privatizzazione delle aziende locali, con l’aggravante della loro svendita. E’ fondamentale che la discussione esca dai ristretti circoli accademici ed industriali per restituire la parola ai cittadini. Lo scorso 19 novembre è stata approvata la legge di conversione del decreto n. 135/2009 (c.d. “decreto Ronchi”) che, all’articolo 15, introduce una nuova disciplina di gestione dei servizi pubblici locali (SPL). In questi anni si sono succeduti numerosi tentativi di riforma del settore, ma il testo approvato il 19 novembre contiene delle novità, non tutte positive, giustificate dall’assioma secondo cui il provvedimento sarebbe motivato dalle necessità di investimento sul comparto dei SPL, necessità che possono essere garantite solo dal settore privato. Vi è inoltre un secondo punto di opacità nella comunicazione dei contenuti della misura che si sostanzia nella negazione del termine “privatizzazione”, preferendo il più rassicurante riferimento alla “liberalizzazione” per descrivere gli effetti della riforma. Si tratta, in entrambi i casi, di due proposizioni sostanzialmente non veritiere e artatamente fuorvianti. Proviamo a vedere perché, invece, l’esito di tutto il processo non potrà essere che quello della “privatizzazione con svendita” delle aziende pubbliche locali. La nuova disciplina sostiene due cose: la prima è che l’affidamento dei servizi pubblici potrà avvenire solo attraverso una gara indetta o per la gestione del servizio, oppure su almeno il 40% del capitale di una società mista in cui al socio privato siano attribuiti specifici compiti operativi. In quest’ultimo caso la società manterrebbe l’affidamento diretto. La seconda disposizione è che tutte le gestioni “in house” cesseranno il 31 dicembre 2011 o, in caso di società quotata, con due diverse scadenze (al 30 giugno 2013 e al 31 dicembre 2015). A tale meccanismo sono state previste due deroghe, una per le società non quotate in borsa ed una per le quotate. Saranno proprio tali deroghe a rappresentare lo stato di fatto che si verrà a creare a regime come conseguenza “naturale” del sistema di incentivi costituiti dalla deroga medesima; in questo quadro, l’opzione della gara per la gestione del servizio (che dovrebbe essere l’ossatura portante della riforma) rimarrà un’ipotesi residuale riservata agli enti locali che non possiedono aziende pubbliche, come già avviene ora. La circostanza che la deroga diventerà la regola, non deve stupire nel nostro Paese. Stupisce piuttosto vedere molti commentatori concentrati nel discettare (Carlo Scarpa su lavoce.info o, da ultimo, Franco Debenedetti su La Repubblica del 22 novembre 2009) di un evento che, con rare eccezioni, non si verificherà quasi mai, ma che è assai utile per fornire alibi e giustificazione all’intero impianto. Come funziona il sistema di incentivi a favore della deroga? Per le società non quotate in borsa, come ricordato, la gara sul servizio può essere evitata nei casi in cui l’amministrazione pubblica ceda il 40% della società che opera “in house”. Per quanto riguarda le quotate, invece, si stabilisce che la società può mantenere la gestione del servizio fino alla scadenza dei contratti se e solo se entro il 30 giugno 2013 sarà ridotta fino al 40% la quota pubblica nell’azionariato (da ridurre ulteriormente al 30% entro il 31 dicembre 2015). La maggior potenza dell’incentivo ad utilizzare la deroga rispetto all’ opzione alternativa della gara sta tutta in queste disposizioni. Per un qualunque sindaco, infatti, la privatizzazione parziale dell’azienda (sia essa quotata o meno) è di gran lunga preferibile perché consente: di ottenere liquidità in cambio di azioni, da utilizzare nel corso del mandato elettorale; di mantenere l’affidamento diretto alla propria azienda, anche se parzialmente privatizzata, evitando così di generare tensioni connesse agli aspetti occupazionali; di continuare a nominare rappresentanti nel cda dell’azienda, anche se in numero inferiore a prima; di avviare una negoziazione per la scelta del socio privato che, nel caso di società quotate, può avvenire anche per trattativa privata. Nessuno di tali incentivi è acquisibile attraverso la gara per il servizio che, al contrario, presenta tutti i rischi speculari ai vantaggi della deroga. Ulteriori perplessità sorgono se si osservano le modalità attraverso cui è stata prevista la cessione delle azioni per le società quotate che dovrà avvenire tramite gara (ovviamente fra pochi) o collocando i titoli privatamente presso investitori qualificati e operatori industriali. Non c’è alcun riferimento al ricorso all’offerta pubblica di vendita come sarebbe naturale per aziende quotate. Tale scelta non è logica a meno che non siano già scritti i nomi dei futuri acquirenti. Non rappresenta di certo una maggiore garanzia la previsione di attivare procedure concorsuali per la scelta del socio privato nel caso di società non quotate. Saranno privatizzazioni, dunque. Anche l’osservazione secondo cui il settore privato sarebbe in grado di garantire l’impressionante mole di investimenti necessari a migliorare la qualità del servizio (si stimano 60 miliardi di euro solo per il comparto idrico) non regge di fronte alla banale constatazione che gli investimenti in infrastrutture sono di norma ripagati dalla tariffa a fronte di prestiti delle banche e degli istituti finanziari, erogati indipendentemente dall’assetto proprietario delle aziende. Anzi. E’ noto nella letteratura economica che il costo dell’indebitamento pubblico è sistematicamente inferiore a quello dell’ investimento privato. Se dunque per finanziare gli investimenti necessari sulle reti si introduce da subito un fattore di produzione più costoso di un altro, l’ effetto sulla tariffa non potrà che essere negativo per gli utenti. L’ultimo aspetto riguarda la svendita delle aziende e la natura degli acquirenti. Il meccanismo avviato dalla riforma si regge sulla base del presupposto che esista in Italia uno stock di capitale privato libero da impegni e tale da poter soddisfare le esigenze della totalità dei servizi locali che verranno messi a gara contemporaneamente a partire dal 2011: la messa sul mercato delle aziende determinerà un eccesso di offerta sulla domanda e quindi, per una basilare legge economica, prezzi di cessione delle società pubbliche in caduta. Ecco dunque “l’effetto svendita”, insito nel meccanismo, che non ha bisogno neanche di una decisione politica affinché si realizzi. Per la disponibilità del capitale invece, si potrebbe fare affidamento sul rientro dei capitali provocato dallo “scudo fiscale”. In tal caso si realizzerebbe il paradosso di consegnare (con svendita) ricchi monopoli per la gestione dei servizi pubblici a soggetti privati che per anni hanno tenuto i capitali all’ estero eludendo le imposte e che ora potrebbero rivelarsi titolati a riscuotere le tariffe. Questa situazione giustifica oramai ampiamente il ricorso all’ istituto referendario, in modo che siano i cittadini a chiarire una volta per tutte quale assetto organizzativo sia più indicato a garantire quantità, qualità ed efficienza nella fornitura di servizi.
A CURA DEL CIRCOLO PD
DI VIA CREMA ROMA
Sabato 5 dicembre 2009, ore 18.00 - 20.00, presso l'antica libreria CROCE, corso Vittorio Emanuele II 158, Roma, si terrà la presentazione del romanzo "Il Broncio" di Vanina Iodice. Moderatore dell'incontro, Alfonso Pascale. Relatori Nando Vitali, editor, direttore editoriale e scrittore e la giornalista Annamaria Barbato Ricci. L'attrice e cantante Enza Di Blasio interverrà con letture dal testo e un momento musicale. Sarà presente l'autrice.
Il Broncio è il titolo del quadro appeso alla parete lunga del salotto di Jacopo Vignes. Il Broncio è anche la sintesi perfetta del volto di Teresa Belli. "Nel turbamento e nella serenità, nella fretta e nella lentezza, quell’espressione, in forme sempre diverse e sempre uguali, apparteneva al suo viso. Come un lineamento, un neo, una cicatrice. Come una spia luminosa dell’anima". A Jacopo, che rientra a casa dopo tre mesi di reportage di guerra, lei ha lasciato pagine scritte. Per una banale disattenzione, lui comincia la lettura da un post scriptum che risuona, da subito, presagio di nuovi combattimenti. Il ritorno di Jacopo appare dunque già segnato da due difficili imprese. Da una parte, dover restituire un senso accettabile alla vita dopo aver assistito troppo da vicino allo spettacolo della guerra. Dall’altra, spingersi là dove lo conducono le parole del diario di Teresa. “Il gioco di scatole cinesi col quale procede la storia, approderà a un inaspettato finale. Il lettore ne resterà stupito, preso anch’egli nell’ingranaggio delle rivelazioni. Una lettura appassionante e un epilogo spiazzante. Dove l’amore emerge in tutte le sue fascinose contraddizioni e possibilità” .
Vanina Iodice è nata nel 1973 a Napoli, dove vive e lavora. Giornalista pubblicista dal 1994, ha alle spalle collaborazioni con IL MATTINO di Napoli, con radio e televisioni regionali. Neuropsicomotricista dal 1998 presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università degli Studi di Napoli, si occupa di educazione e terapia psicomotoria dell’età evolutiva.
Caro Ministro, voglio confidarLe una cosa: sono stanco. Sono stanco di sperare nella buca della posta, in attesa di una convocazione che, già so, non arriverà mai prima della metà di ottobre (quest’anno men che mai). O almeno le mie personali statistiche, accumulate in un decennio di insegnamento precario, dicono questo. Dicono anche, quando la convocazione arriva, che non durerà molto, e chissà quando ne arriverà un’altra. E chissà quando arriveranno i soldi. Quando va bene, la media è due mesi dalla scadenza del contratto.
Sono stanco al sol pensiero di ricominciare un altro anno scolastico con questi presupposti. Il sol pensiero, alcuni giorni, mi toglie quel sorriso che, per natura e per una fortuna caratteriale, assaporo la mattina quando apro gli occhi. Il mio solito buonumore, da qualche anno, comincia a dissolversi con il dissolversi dell’estate, con l’incombere della riapertura delle scuole. Ma non perché non abbia voglia di lavorare, anzi, esattamente per il motivo opposto: perché avrei voglia di lavorare, di svolgere il lavoro che sento di saper fare (e di voler fare) tra tutti quelli che sono costretto a mettere insieme per guadagnarmi un’esistenza dignitosa. Diciamo decente.
Sono stanco, quando finalmente una supplenza arriva, di firmare contratti di venti, massimo quaranta giorni, senza mai avere la possibilità di organizzare un programma didattico completo, sempre in bilico, aggrappato a un rinnovo di cui nulla si sa, se non all’ultimo momento.
Sono stanco di lasciare una classe alla quale mi affeziono, con la quale comincio a condividere una parte della mia vita che poi devo interrompere a bruciapelo, da un giorno all’altro.
Sono stanco di subire i conseguenti sbalzi di umore.
Sono stanco di inventarmi in continuazione altri lavori per sopravvivere.
Sono stanco, con tutto il rispetto, di ascoltare la sua voce, e di leggere le sue interviste. Mi sembra tutto così lontano. Così falso. Così illogico. Oddio, mettendomi nei Suoi panni mi rendo conto che una logica ce l’ha. Il succedersi degli eventi e le cifre che ne scaturiscono parlano chiaro. Al momento del Suo insediamento, raccontano alcune cronache, Le è stato chiesto di recuperare attraverso il Suo dicastero una parte dei soldi utili ad accontentare altri dicasteri ritenuti più importanti (mi chiedo: c’è qualcosa di più importante per un paese della pubblica istruzione?). E lei, diligentemente, ha eseguito il compito assegnatoLe. Il che, numericamente tradotto, significa otto miliardi di euro da rastrellare entro tre anni, recuperabili attraverso il taglio di oltre 130.000 posti di lavoro, aumentando il numero di studenti nelle classi, spazzando via dalle graduatorie una quantità impressionante di insegnanti, o aspiranti tali, abolendo di fatto la cosiddetta “terza fascia”.
Senza dimenticare di strizzare l’occhio alle scuole private, e alla richiesta di rendere centrale e obbligatoria l’ora di religione da parte di chi, in teoria, dovrebbe occuparsi di un altro Stato, non di quello italiano.
Sono stanco di vedere, Lei non ci crederà, i miei colleghi (o aspiranti tali) arrampicarsi sui cornicioni o girare davanti agli ingressi delle “loro” scuole in mutande, per manifestare tutta la loro disperazione. Non riesco più a vederli, neanche in televisione. E non riesco più a guardarli dritto negli occhi, quando mi capita di incontrarli.
Come avrà intuito, Ministro, sono piuttosto stanco. Così ho deciso di riposarmi un po’, ma allo stesso tempo di rimanere attivo (dovessi sentirmi dire anche da Lei che sono un “bamboccione”, o peggio, un “fannullone”).
Ecco perché ho deciso, ancora una volta, di partire.
Qualche tempo fa, in una delle tante pause tra una convocazione e l’altra, ho accettato la proposta di una rivista per un reportage nel sud di Dakar, in un villaggio dove alcuni italiani di buona volontà hanno costruito un centro di accoglienza per bambini, nel quale insegnano loro il francese, lingua nazionale, dandogli in questo modo la possibilità di un futuro. Alla fine della mia permanenza il direttore del centro mi disse: “Sto seguendo quello che accade nel nostro paese. Se non la fanno insegnare in Italia, qui di insegnanti ne abbiamo bisogno come il pane...”.
Ebbene, nei prossimi mesi insegnerò in Africa.
Mi creda, caro Ministro, non è una scelta così coraggiosa come potrebbe apparire. Ci si sente bene, aiutando persone che hanno bisogno di te, e che apprezzano immensamente quanto tu sei pronto a fare per loro. Ci si sente meglio. Ci si addormenta senza patemi; e la mattina, quando apri gli occhi, torna il sorriso. Torna quel buonumore di cui sopra. E poi ho pensato, con un pizzico di perfidia, che in un certo senso questa scelta avrebbe fatto piacere anche a Lei, Ministro, e al governo che Lei rappresenta. Due piccioni con una fava, almeno per qualche tempo: un disoccupato in meno, un precario di meno, che inoltre va pure a insegnare in Africa. Magari così restano nel loro paese, invece di arrivare nel nostro. La invito quindi a considerare questa mia trasferta africana non solo come un’importante e ulteriore esperienza didattica che, ne sono sicuro, migliorerà la qualità del mio insegnamento, ma anche come una forma di protesta nei Suoi confronti. Una protesta individuale, inevitabilmente poco efficace, originale ma poco pratica.
Il fatto è, come ho cercato di spiegare, che sono stanco. Mentalmente stanco. E non riesco a sostare con le tende in viale Trastevere, davanti al Suo dicastero, né a partecipare alle infinite manifestazioni che si moltiplicheranno in questi mesi. Da questo punto di vista ha vinto Lei, almeno contro di me. Una collega mi ha rimproverato: “Così ci lasci da soli, e il Ministro non saprà mai della tua forma di protesta. Quello che stai facendo, per quanto mi riguarda, è del tutto inutile”. Le parole della collega mi hanno scosso, un po’ anche ferito. E forse sono state soprattutto quelle parole a convincermi che forse era arrivato il momento di scriverLe questa lettera. Perché ormai ho preso la mia decisione: e il mio bagaglio, leggero come la libertà, è praticamente pronto. Arrivederci Ministro, dunque. Arrivederci a quando il vento dell’oceano avrà d’incanto portato via la mia stanchezza. Arrivederci a presto. Molto presto. Cordialmente Emiliano Sbaraglia A CURA DEL CIRCOLO PD DI VIA CREMA ROMA
Secondo le corti di appello verrebbero cancellati tra il 43 e il 60% dei processi in corso. Proviamo a dire un numero: migliaia? Decine di migliaia? Centinaia di migliaia? Un colpo di spugna, i cattivi liberi, il senso d'impunità, di profondo disprezzo per questo Stato che non sa proteggere i suoi cittadini, l'arroganza dell'impunito che diventa legge. Dall'altra chi ha subìto, i familiari delle vittime, i figli, le mogli, le madri, vittime esse stesse di quelle storie spezzate, di pene che ora verranno inflitte di nuovo a chi ha già pianto. E tutto per permettere a un'unica persona di sfoggiare un abito su misura tagliatosi apposta per lui facendo a pezzi gli ultimi barlumi della Giustizia in Italia, ridicolizzando i brandelli di quello Stato, di quella comunità che avevano ancora resistito ai suoi colpi di maglio. "Sì, una legge fatta su misura - conferma l'ex magistrato e ora componente della commissione Giustizia del Senato, Felice Casson (nella foto)- un duplicato della "norma salva processi" dell'anno scorso. Per salvare Berlusconi da 2 processi se ne mandano al macero decine di migliaia. Lui infatti ha già stappato lo champagne per il processo Mills e per i diritti Mediatrade. Entrambi così sono estinti. Una norma a pennello, l'ennesima. Del resto non gliene frega niente". Quali problemi presenta il disegno di legge taglia processi? "Tre, che corrispondono a tre profili diversi. Il primo è il profilo d'incostituzionalità. Ci sono elementi così manifesti di disparità di trattamento in più punti per persone indagate o meno che lo rendono inammissibile e spero che di tali elementi si accorga il presidente della Repubblica. Poi c'è l'elemento morale: è una vergogna, un'assoluta vergogna per tutti noi che un uomo possa farsi fare delle leggi per sè. Una vergogna quella di vedere il diritto piegato alle necessità di un pregiudicato. Infine il terzo profilo è quello tecnico giuridico. Questo disegno di legge è uno scarabocchio, paro paro, fatto male, che creerà enormi problemi applicativi e interpretativi. Non affronta temi basilari come il concorso in reato. Nemmeno lo stralcio e nemmeno decide da quando parte il computo dei due anni: dalla pronuncia o dal deposito della sentenza. Un pateracchio". E' vero che verrebbero azzerati anche molti processi per morti sul lavoro? "Proprio per la fretta con cui è stato fatto e per la malvagità del disegno che cela, questa proposta di legge è talmente mal fatta che potrebbero rientrarvi processi come quello per l'eternit o i morti per amianto. Se un giudice vi facesse rientrare l'articolo 589 (omicidio colposo) o il 437 (omissione dolosa di misure di controllo per la prevenzione di incidenti sul lavoro) verremmo ad azzerare processi per incidenti mortali sul lavoro: centinaia di famiglie beffate dagli squali". Eppure anche voi avevate presentato un disegno di legge sui tempi delle giustizia. Oggi Vespa vi accusa di usare due pesi e due misure. "Gran calma. Noi volevamo abbreviare i tempi delle giustizia aumentando le risorse all'apparato giudiziario, aumentando il numero dei magistrati e migliorando la loro distribuzione: una serie di disegni di legge che affrontavano in modo organico il problema delle Giustizia in Italia, ma che al contempo permettevano un allungamento dei tempi in caso di impedimento. Esattamente l'opposto di quanto sostenuto da Vespa e da chi per lui. Si vede che questa volta è stato imbeccato male". Ugo Dinello
A CURA DEL CIRCOLO PD
DI VIA CREMA ROMA
Due banche hanno fatto ricorso finora ai Tremonti bond. In entrambi i casi non sono chiari i termini dei finanziamenti concessi né come si possa garantire uno degli obiettivi per cui sono stati istituiti: il sostegno al credito per famiglie e piccole imprese. La legge che ha introdotto questi strumenti finanziari e i successivi decreti ministeriali si limitano infatti a enunciazioni di principio, ma non indicano specifici impegni delle banche emittenti. Lasciando sostanzialmente ai singoli istituti di credito la definizione concreta delle misure da praticare. A circa otto mesi dall'istituzione, il Banco Popolare Italiano (Bpi) ha proceduto alla prima emissione dei cosiddetti Tremonti bond, seguita da quella condotta dalla Banca Popolare di Milano (Bpm). Anche altri istituti si sono dichiarati interessati a fare ricorso ai nuovi strumenti per incrementare il proprio patrimonio di vigilanza. I termini dei finanziamenti concessi rimangono però ancora non ben determinati e, soprattutto, non è chiaro come, accanto al rafforzamento patrimoniale delle banche, lo Stato possa garantire l’efficace perseguimento dell'ulteriore interesse pubblico, più volte dichiarato, di vedere agevolata la concessione del credito alle imprese e alle famiglie. Manca infatti un meccanismo contrattuale o legale che vincoli gli istituti creditizi sovvenzionati, né sembra che gli osservatori istituiti presso le prefetture possano costituire una soluzione. INSPIEGABILI SILENZI Le due operazioni avviate non sono descritte in un prospetto ufficiale, ma solo in alcuni comunicati stampa, nei quali però non sono indicati i termini precisi dei prestiti erogati dallo Stato a favore delle singole banche. Dalla nota congiunta del ministero dell'Economia e delle Finanze e di Bpi del 19 giugno e da quella rilasciata da Bpm il 21 settembre, le uniche informazioni che si rinvengono sono l'ammontare dell'emissione - 1,45 miliardi di euro per Bpi, 500 milioni per Bpm - e l'adozione di un protocollo di intenti. (1) Con il protocollo le debitrici si impegnano : - ad adottare un codice etico; - a incrementare nel prossimo triennio i crediti concessi alle Pmi rispetto al biennio 2007-2008, con un aumento dell'ordine del 6 per cento medio annuo per Bpi e del 7 per cento per Bpm; - a favorire i crediti assistiti dal Fondo centrale di garanzia per le Pmi e a finanziare lo stesso: Bpi con uno stanziamento di 21,75 milioni di euro, Bpm con 7,5 milioni; - a sospendere le rate dei mutui “prima casa” individuati dall'accordo Abi-Mef per il periodo di un anno nel caso di Bpi, di diciotto mesi in quello di Bpm. Nessun altro dato è stato comunicato da Bpi, mentre Bpm si è limitata a rendere nota la propria intenzione di proseguire negli impegni autonomamente assunti a favore delle famiglie e delle Pmi. Rimangono quindi sconosciuti alcuni dati fondamentali come la scadenza dei prestiti (ovvero se sia prevista ed eventualmente entro quale data), il tasso di interesse adottato fra le soluzioni contenute nel modello di prospetto rilasciato dal ministero dell'Economia e delle Finanze. Inoltre, vengono taciuti i criteri per la convertibilità dei bond in azioni ordinarie, prevista espressamente per la sola emissione di Bpi: non è dato sapere, in particolare, quale sarà l'effettivo tasso di conversione. Sono tutti elementi che non possono essere taciuti, se non scontando il problema di un'incertezza fra gli investitori che potrebbe finire per ritorcersi contro le banche stesse, rischiando di contribuire a una loro sotto- capitalizzazione. Inoltre, e più in generale, esiste un dovere “morale” di informazione per l’ utilizzo di denaro pubblico nella realizzazione delle operazioni e l'esigenza di sottoporre al giudizio dei cittadini il comportamento delle banche in assenza di strumenti legali o contrattuali che vincolino gli istituti sovvenzionati a tenere tali condotte. UNO STRUMENTO “SPUNTATO” Alla luce dell’articolo 12 del cosiddetto decreto anticrisi, la sottoscrizione dei Tremonti bond mira al perseguimento di due finalità: garantire un adeguato flusso di finanziamenti all’economia e un corretto livello di patrimonializzazione del sistema bancario. A ben vedere, gli interessi collettivi perseguiti – posti a fondamento dell’ autorizzazione del Mef alla sottoscrizione degli strumenti finanziari, anche in deroga alle norme di contabilità di Stato – sono da individuarsi più precisamente nell’esigenza di far conseguire a imprese e famiglie determinati benefici. Occorre quindi valutare quali siano gli strumenti e le modalità previsti per assicurare un simile risultato. A norma del comma 5 dell’articolo 12, l’impegno del Mef è condizionato a una valutazione dell’economicità dell’operazione nel suo complesso, alla sottoscrizione di un protocollo di intenti da parte dell’istituto di credito, nonché all’adozione di un codice etico, con il quale debbono individuarsi, tra l’altro, soglie massime alla remunerazione dei vertici aziendali. Su protocollo, tuttavia, la legge si limita a statuire che l’emittente dovrà assumere una serie di impegni attinenti, segnatamente, “al livello e alle condizioni del credito da assicurare alle piccole e medie imprese e alle famiglie, alle modalità con le quali garantire adeguati livelli di liquidità ai creditori delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi, anche attraverso lo sconto di crediti certi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, e a politiche dei dividendi coerenti con l’esigenza di mantenere adeguati livelli di patrimonializzazione”. Con il decreto ministeriale del 25 febbraio 2009 si è, peraltro, stabilito che il protocollo di intenti sia definito sulla base dell'accordo quadro tra il Mef e l’Abi, che contiene le linee guida per la stesura dei singoli protocolli e del codice etico. Significativa è l’affermazione di principio lì contenuta, secondo cui l’emittente deve impegnarsi a utilizzare le somme ottenute al fine di finanziare le Pmi e le famiglie “a condizioni che tengano conto delle difficoltà che esse incontrano in questa fase congiunturale”. Anche qui non si va oltre le affermazioni di principio: non vengono individuati specifici impegni delle banche emittenti, ma ci si limita a dare una serie di indicazioni molto generiche, lasciando sostanzialmente ai singoli istituti di credito la definizione concreta delle misure da praticare a famiglie e imprese. Dal complesso di norme e “raccomandazioni”, si giunge alla conclusione che la sottoscrizione da parte del Mef dei Tremonti bond è uno strumento “spuntato”. Né nella legge, né tanto meno nei successivi atti ministeriali e negoziali sono individuati, per un verso, precisi obblighi degli emittenti nei confronti di famiglie e imprese, e, per l’altro, le sanzioni per i casi di mancata osservanza degli impegni individuati nei singoli protocolli di intenti. In altri termini, non paiono essere state individuate misure tali da garantire l'effettivo conseguimento delle finalità perseguite con la sottoscrizione di quegli strumenti finanziari. Non soltanto, infatti, non si sono previsti controlli pubblici sull’osservanza del contenuto dei protocolli di intenti sottoscritti dagli emittenti – presso le prefetture viene istituito soltanto un osservatorio sulla concessione del credito – ma non sono state neppure individuate delle clausole da recepire negli atti negoziali al fine di assicurare che l’emissione dei bond sia effettivamente indirizzata a beneficio di coloro che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero essere i destinatari ultimi dell’intervento governativo. Non sorprende, dunque, il contenuto dei comunicati stampa: in sede di sottoscrizione del protocollo di intenti da parte delle banche non sono stati assunti impegni più precisi. Il documento sembra quindi confermare l’estrema genericità degli obblighi e non è dato sapere in che modo il Mef potrà garantire in concreto che gli istituti creditizi finanziati agiscano effettivamente a beneficio delle famiglie e delle imprese. Si può discutere se tale scelta sia giustificabile o meno con l'esigenza di vedere tutelata l'autonomia gestionale dell'istituto: tuttavia non si può non rilevare, dall'esame dell'insieme dei documenti disponibili, una forte ambiguità fra i fini pubblici dichiarati e la quasi totale assenza di strumenti per conseguirli. (1) Il protocollo tra ministero dell'Economia e Banco Popolare e il comunicato stampa sull'emissione Bpi sono reperibili rispettivamente agli indirizzi : http://www.bancopopolare.it/dwn/news/1168-Cs%2080%20Banco%20Popolare% 20Firma%20Protocollo%20Tremonti%20bond.pdf e http://www.bancopopolare. it/dw/new/1187Cs%20116%20Emissione%20Strumenti%20a%20favore%20MEF.pdf. Andrea Maltoni Marco Palmieri
A CURA DEL CIRCOLO
PD DI VIA CREMA ROMA
Il progetto di legge parlamentare voluto direttamente da Silvio Berlusconi e trasferito dalla Camera al Senato (cioè dal primo proponente on. Abrignani al secondo senatore A. Butti), tramite il viceministro Romani, soltanto nell’ intento di far prima e riuscire ad approvare la norma prima delle elezioni regionali, deve esser chiamato con il suo nome giacchè non è la riforma della par condicio televisiva ma soltanto la sua pratica distruzione. Naturalmente è necessario ricordare che il presidente del Consiglio e leader del Popolo della Libertà è presente quando e come vuole sulle reti pubbliche e private dei sette canali televisivi presenti. L’ultima dimostrazione eloquente di una presenza strabordante e senza regole è stata la sua ventesima visita in Abruzzo per consegnare alcune abitazioni ai terremotati che è stata ripresa con oltre mezzora da Rai Uno nel pomeriggio di qualche giorno fa senza contraddittorio alcuno né domande degne di questo nome da parte del conduttore della trasmissione “La vita in diretta”. E questa è seguita solo di qualche giorno alla sua irruzione improvvisa alla trasmissione Ballarò in cui neppure il conduttore ha potuto di fatto replicare alle affermazioni di Berlusconi. E qui si coglie l’impossibilità di efficacia di qualsiasi altra legge in presenza di un conflitto di interessi che è ancora regolato da una legge ridicola dell’attuale ministro degli Esteri Frattini. Una legge che ha costretto Berlusconi soltanto a lasciare la presidenza della squadra di calcio del Milan, continuando allo stesso modo a controllare le sue televisioni e il vasto impero editoriale e giornalistico che fa capo alla Fininvest e alle aziende collegate (da il Giornale di Feltri alla Mondadori ed Einaudi). Se non si affronta questo nodo e non lo si risolve,intervenire sull’attuale par condicio non ha nessun senso. Ma la cosa diventa ancora più grave e assurda se, come si legge nel testo di Abrignani (quello di Butti non è stato ancora pubblicato) l’intento è quello di dare un colpo di grazia alle opposizioni, che siano o no presenti in parlamento. Il progetto, infatti, intende riservare alle forze non presenti in parlamento un diritto di tribuna ridicolo che non supera il dieci per cento delle presenze nelle trasmissioni. Quanto alle altre le percentuali non sarebbero pari come è stabilito nell’ attuale legislazione ma sarebbero invece regolate in maniera proporzionale dal punto di vista quantitativo sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni lasciando quindi lo spazio maggiore ai rappresentanti del Popolo della Libertà e quindi in maniera decrescente al Partito Democratico, alla Lega Nord e quindi all’Italia dei Valori. Questo significherebbe aumentare a dismisura quello che è attualmente già la maggior presenza del partito portando a un ulteriore predominio di Berlusconi nelle reti televisive pubbliche e private. Se poi si arrivasse anche agli spot a pagamento (capitolo su cui non è ancora chiara la volontà dei proponenti) si potrebbe arrivare a un ulteriore squilibrio dovuto alla grande ricchezza di Berlusconi e alla minor ricchezza di tutte gli altri competitori. Insomma arriveremmo a una situazione ancora peggiore di quella attuale che è già antidemocratica proprio a causa del conflitto di interessi. E’ possibile sperare che le opposizioni parlamentari (anche quelle presenti nella società ma non in parlamento) si preparino a fare le barricate per impedire questo nuovo progetto berlusconiano? Un progetto che segue al disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche e a molte altre leggi anticostituzionali approvate in questo ultimo anno e mezzo. E’ un’interrogativo che non soltanto i giornalisti ma tutti gli italiani democratici dovrebbero porsi per impedire che anche da questo punto di vista la nostra costituzione repubblicana sia del tutto svuotata dei suoi più importanti principi. Nicola Tranfaglia
A CURA DEL CIRCOLO PD
DI VIA CREMA ROMA
Lo so, il titolo di quest’articolo può sembrare un po’ traumatico, ammetto che in parte vorrei lanciare una provocazione ma questo giudizio non è totalmente privo di fondamento. Sono arrivato a questa amara considerazione incrociando alcuni elementi con i quali mi sono imbattuto nell’arco degli ultimi giorni. Primo elemento: i dati ISTAT sull’occupazione giovanile. Dal rilevamento dell’ ISTAT risulta chiaramente che i giovani stanno pagando il prezzo più alto della crisi economica, sia perché sono i primi ad essere espulsi dal mercato del lavoro sia perché trovano sempre più difficoltà in ingresso. Inoltre l’ISTAT rileva che tale gap generazionale non è più un’esclusiva peculiarità delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia ma sta stabilmente e inesorabilmente risalendo la penisola. Secondo elemento. La settimana scorsa la Fondazione di Vittorio e il CRS (Centro Riforme dello Stato) hanno promosso un interessante sessione di studi sulle lotte operaie del 1969, prodromiche all’approvazione dello Statuto dei diritti e dei doveri delle lavoratrici e dei lavoratori. Tra tutte le cose che ho ascoltato (e imparato) c’è stata una constatazione che mi ha fatto particolarmente riflettere, ovvero che la stragrande maggioranza dei protagonisti di quelle lotte erano persone che avevano a mala pena la quinta elementare. Terzo elemento. Gira su youtube un pezzo tratto da “Mai dire Grande Fratello”, noto programma satirico della Gialappa’s band, nel quale vengono fatte vedere le selezioni per il Grande Fratello. Ovviamente gli aspiranti sono tutti giovani e giovanissimi, tra questi ve ne sono alcuni che dicono di lavorare in un bar come barristi con due “r”, ma il più sconvolgente è un ragazzetto che ci offre il seguente spelling di Londra: L’ondra. Sono tre fattori estremamente eterogenei fra di loro ma ho voluto comunque “scecherarli” e sono giunto all’amara conclusione che la mia generazione, per capirci, tutti quelli che hanno meno di 35 anni, non è all’altezza di ciò che la Costituzione repubblicana prevede in materia di lavoro. Cercherò di spiegare brevemente perché esprimo un giudizio così pesante. Intanto partirei da quanto afferma la Costituzione in materia di lavoro. Partendo dall’articolo 1, in forza del quale “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, si passa all’articolo 4 della Costituzione che afferma: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” per poi arrivare all’articolo 35 in base al quale “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” e infine concludere con l’articolo 36 il quale stabilisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Certamente dalla lettura d’insieme di queste norme costituzionali si evince uno scenario oggettivamente distante dalle condizioni materiali della stragrande maggioranza dei giovani lavoratori o in cerca di prima occupazione. I dati dell’ISTAT null’altro fanno se non confermare quanto è possibile comprendere semplicemente ascoltando le storie quotidiane di giovani lavoratori subordinati o fintamente parasubordinati abbandonati alla deriva della precarietà, di giovani che tentano di costruirsi una libera professione di fronte a ordini professionali che sempre più chiudono le porte d’ingresso a coloro che non sono ancora dentro la corporazione, di giovani che vorrebbero avviare un’attività d’impresa ma non riescono ad accedere al credito. Insomma di fronte ad uno scenario del genere, di fronte all’oggettiva difficoltà di prefigurarsi un futuro minimamente dignitoso ci dovrebbe essere un minimo di protesta. E invece nulla si muove, o peggio ancora ciò che si muove è “compartimentato” alla specifica rivendicazione di categoria, gli insegnanti precari protestano per gli insegnanti precari, i praticanti avvocati o aspiranti tali si preoccupano di fronte all’ipotesi di riforma dell’accesso alla professione legale, i ricercatori universitari si battono per i ricercatori universitari, i lavoratori dei call center si battono per i loro colleghi e così via, mancando del tutto una rivendicazione che unisca a prescindere dal lavoro o dalla professione che si ha, una rivendicazione che parta dalle comuni condizioni materiali di difficoltà. Eppure siamo una generazione con un livello di istruzione particolarmente elevato, sono pochissimi coloro che hanno solamente la licenzia media, la quasi totalità ha ottenuto un diploma di scuola superiore, molti hanno intrapreso un percorso di studi universitari e tra coloro che hanno ottenuto la laurea diversi hanno intrapreso percorsi di specializzazione post laurea. Pertanto la nostra è una generazione con un buon livello di istruzione, e da che mondo e mondo un buon livello di istruzione dovrebbe aiutare ad avere una maggiore consapevolezza dei propri diritti, e invece non è così. Anche i più sensibili, i più battaglieri, i più indignati si fermano ad una statica rivendicazione di diritti e di rappresentanza senza però riuscire a bucare il confine del proprio ambito di interesse, senza costruire quelle concrete interconnessioni tra lavoratori o aspiranti tali capaci di trasformare la frustrazione di una generazione in motore positivo e propulsivo di un cambiamento radicale della nostra società fondata su un sostanziale squilibrio dell’attuale bilancia sociale. Il punto è proprio questo, al di là dei proclami e delle facili parole piene di retorica, l’unica battaglia che i lavoratori precari, i giovani liberi professionisti e i giovani lavoratori autonomi potrebbero intraprendere dovrebbe puntare ad un radicale rovesciamento dei meccanismi di distribuzione delle risorse pubbliche introducendo elementi di disuguaglianza positiva posti in essere allo scopo di ripristinare l’uguaglianza sostanziale così come postulata nell’articolo 3 della Costituzione. Cosa me ne faccio io giovane lavoratore precario dell’uguaglianza formale se poi non sono nelle condizioni minime di dignità materiale per poter costruire una famiglia, affittare una casa, avviare un attività autonoma o accedere ad una professione? Certamente quel ragazzo che desiderava entrare nella casa del Grande Fratello non si pone tutte queste domande. Ciò che di lui ci colpisce non è tanto l’ errore grammaticale o lo spelling errato di una parola, ma piuttosto la totale mancanza di consapevolezza del furto di presente (e non di futuro) che il suo Paese sta perpetrando ai suoi danni. Mattia Stella
A CURA DEL CIRCOLO PD
DI VIA CREMA ROMA
da Dazebao News La guerra di successione dunque è cominciata? Manca la dichiarazione formale, ma se si vuol dare credito all’intuito di Vittorio Feltri (e ci sono ottime ragioni per farlo) il titolo del Giornale di ieri non lasciava spazio ai dubbi: «Le manovre oscure della politica: Napolitano e Fini osteggiano Silvio». Più chiari di così! Stavolta, diversamente dal caso Boffo, sarà difficile attribuire tanta asprezza di toni solo a una libera scelta editoriale. A quanto pare a Palazzo Grazioli Fini è vissuto oggi come uno sfidante (participio presente) al trono, non più come un inquieto aspirante alla successione, alla Tremonti. La rappacificazione della scorsa settimana era solo una tregua obbligata, un’alleanza provvisoria per mettere il morso a chi scalpita troppo, a quel Tremonti appunto che già ha accentrato in sé tutta la politica economica del governo e ora tenta pure la scalata verso la vicepresidenza del consiglio. Bloccato il passo al ministro dell’economia la coalizione di interessi si è subito esaurita. I segnali della tempesta del resto avevano spesso oscurato il cielo estivo. Le scaramucce dei giornali vicini al Premier contro il Fini «compagno» ( a causa delle sue opinioni «integrazioniste» sull’immigrazione e contrarie allo stato etico) e le accuse di voler soffiare a Berlusconi il Quirinale potevano essere giudicate malaccorte e poco lungimiranti. Nel mondo occidentale , la Destra la pensa come Fini, non come Bossi, e poi è difficile pensare che la presidenza della Repubblica possa far gola a chi è un «professionista della politica» da cent’anni e non ne ha ancora compiuti sessanta. Ma il colpo di cannone sparato da Fini agli inizi di settembre al seminario del Popolo della Libertà di Gubbio proprio in direzione del presidente del Consiglio, quello sì aveva scavato il fossato: quell’invito ai magistrati ad andare avanti con le inchieste sulla mafia era parso agli uomini del premier un fuor d’opera, quasi una dissociazione nei confronti del Berlusconi vittima delle persecuzioni giudiziarie. La frittata era fatta. Ora il Giornale descrive un’azione coordinata fra Napolitano e Fini per bloccare le iniziative legislative del Governo (in primis quelle sulla giustizia, ovviamente) e costringere Berlusconi alle dimissioni. Sullo sfondo, a creare l’atmosfera cupa di Halloween, la ripresa del processo Mills a carico del premier, per non dire dei «nuovi» pentiti di mafia. Ed ecco che a qualcuno nei dintorni di Palazzo Grazioli dev’essere venuta l’idea di stanare il presidente della Camera e di costringerlo a uscire allo scoperto quando ancora non può giocare tutte le sue carte. Che farà Fini di fronte a questa nuova campagna editoriale? Certo, la dichiarazione di guerra è indiretta e unilaterale, ma come sottrarsi più a lungo allo scontro finale con Berlusconi? Possibile che sia già arrivata l’ora fatidica? Uccidere il padre non è mai facile, e poi è proprio necessario? È vero che per Sarkozy farsi strada ha voluto dire spingere nel fosso Chirac, ma a suo tempo anche Pompidou dovette subire le campagne denigratorie dei sostenitori del Generale eppure alla fine la successione non fu traumatica; certo però rinviare rinviare e fare la fine di Gordon Brown. Perché , almeno questo è chiaro a tutti, se il duello si apre, avrà, come posta, non più, come finora, il bilanciamento delle forze fra le diverse componenti del Centrodestra, ma la leadership vera e propria. Chi vince vince molto, chi perde perde tutto. Immagino che Fini si sottrarrebbe volentieri a questo scenario. Da una parte non può forzare l’attacco al punto da indebolire Berlusconi davanti ai nemici esterni, Repubblica e «magistratura rossa» in particolare, perché, di fronte all’elettorato del Pdl, la sua immagine ne risulterebbe irrimediabilmente danneggiata (come accadde a suo tempo a Claudio Martelli, eterno delfino di Craxi); dall’altra però sente avvicinarsi i tamburi di guerra dell’esercito centrista che Casini e Rutelli vanno allestendo in vista di quello che ritengono, o si illudono, possa essere la sorte del Pdl dopo Berlusconi: l’ esplosione dello scontro fra le fazioni, i dissensi che si trasformano in scissioni, la ricomposizione del sistema nelle coordinate più tradizionali di una sinistra socialdemocratica su un versante e di un centrodestra a forte impronta cattolica sull’altro. È un’operazione alla quale, nonostante i soliti sospetti, Fini non potrà mai partecipare. La sua matrice di politico moderato è tutta nel percorso che da An e Forza Italia ha portato alla nascita del Pdl, la sua credibilità, e il suo destino sono lì.
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09/02/2012 @ 7.53.08
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